Thànatos non è un film

Mi è arrivata ieri la notizia della morte di un ragazzo che conosco, di pochi anni più grande di me: si è svegliato la mattina, si è lamentato di un mal di testa, puff, andato, secco, finito.

Non riesco a dirlo con più tatto o dolcezza, è complicato ammorbidire un cazzotto nella bocca dello stomaco: voi come fate? Come si formano le parole nella vostra testa?

Fai la tua vita, ti arrabatti nelle tue cose, un giorno fai la fila in posta, il giorno dopo sei terra da concime. Io, per me, ci metterei la firma. Io.

E chi resta? Chi ti è accanto? Senza avere la pretesa di coltivare uno stormo di fan, ognuno di noi farà il conto di chi gli vuole bene: fosse anche solo un padre, un barista o la banca che ti chiede i soldi.

Io mi strazio a pensare se improvvisamente venisse a mancare il socio, la mia reazione drammatica e teatrale: mi vedo vestita con una tuta sdrucita, la ricrescita nei capelli e i peli lunghi. Le lacrime, l’apatia, la depressione.

Poi mi accorgo le la vita vera è molto meno “artistica”, che raramente si è attori protagonisti. Il più delle volte fai la comparsa, se te la giochi bene riesci a ritagliarti un ruolo interessante da interpretare, bisogna sbattersi tanto ma in qualche caso capita che nella propria storia si riesca ad applicare il metodo Stanislawsky e metterci del nostro. I giorni normali non sono spettacolari e anche un lutto quando lo affronti diventa tanto ordinario: soffri, poi chiudi il dolore dentro un armadio nella pancia, e vai avanti.

Penso alla moglie di quel ragazzo e le auguro di trovare la forza, o forse di sbrigarsi a costruire quella piccola scatola nel cuore: la vita è dura, domani bisogna tornare in ufficio.

Io, come spesso mi capita di fare, allontano il pensiero che non ho la forza di affrontare e mi constringo a sorridere: un’attrice deve mantere sempre il suo decoro.

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9 thoughts on “Thànatos non è un film

  1. Il dolore per un lutto (soprattutto per quelli che nessuno dovrebbe provare – innaturale come perdere un figlio) è ordinario fuori e straordinario dentro. Il palcoscenico è nella pancia insieme all’armadio, e lì si svolgono rappresentazioni che non hanno nulla da invidiare alle migliori tragedie greche. Poi, con il passare delle stagioni perdono drammaticità, e i toni si uniformano nella loro misuratezza alla vita che DEVE andare avanti…

  2. Ognuno vive e affronta il dolore in modo personalissimo, modestamente sono un esperto avendo provato sulla pelle il distacco e l’abbandono di persone amate. Mi sono sempre rialzato prorpio perchè il giorno dopo la vita riprende e bisogna andare in ufficio, ma qualcosa dentro di me mi dice che se centrassero i figli non sarei più in grado questa volta di rialzarmi.

  3. Ieri è morto anche il marito di una mia vecchia amica
    improvvisamente di infarto ,aveva 33 anni
    ha lasciato lei e due piccolini
    anche se siamo vicine di casa la vita ci ha allontanato ed ora non so nemmeno come avvicinarmi a lei e se avvicinarmi,ieri ho pensato tutto il giorno a quando da ragazzine passavamo i pomeriggi a parlare di vestiti e a come la vita allora era leggera
    gli posso solo augurare di trovare la forza

  4. Io sono un fortunato: nella mia vita ho provato pochissimi lutti da morte di persone amate, molti di più da separazioni.

    I primi hanno un’inteluttabilità assoluta, puoi chiederti ogni perché, ma sono irreversibili al di là di ogni ragionevole speranza, tanto che la resurrezione nell’ultimo giorno è stata inventata proprio per fornire una risposta di fede a questa angoscia (e se si ride di questa, ci si può sganasciare con la metempsicosi o la transmigrazione). I secondi hanno il tarlo della reversibilità teorica – che spesso è irreale – che non aiuta a guarire dalle ferite.

    La mancanza, l’assenza della persona amata è un dolore che non finisce mai completamente. Può essere gestito, ma non sparisce, credo.

  5. La metafora della scatola nel cuore è molto efficace. Io non ci riesco, però, a chiuderla ermeticamente; spiffera da qualche parte, ogni tanto. Ed il dolore riaffiora. Prima o poi, dovrò prenderlo per le corna, maledetto!

  6. Io credo invece che la vita nasconda e abbia un qualcosa di molto “artistico”.
    Immagino e vivo la sofferenza come un colore che potrò riconoscere sempre, ma che piano piano si amalgama con gli altri e rende l’insieme più interessante.
    Non parlo di bellezza, ma di vero e proprio “tessuto”, un qualcosa di unico ed inimitabile.
    Siamo noi i protagonisti, è solo che a volte veniamo travolti, stravolti dagli eventi e ci troviamo impreparati.
    Se lo vogliamo, riusciremo a vedere quel colore per quello che è, cioè semplicemente vita, dura, ingiusta e difficile ma Vita, sta poi sempre a noi la decisione di come viverla.
    Un abbraccio

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