Non guardarmi, non ti sento

Pomeriggio, in spiaggia. Frequentiamo una zona non centrale, e comunque in questo periodo al mare c’è proprio poca gente. Io, la gioppina e la figlia del socio. Al bar è da più di un’ora che schiamazzano alcuni tipi, uomini e donne, di un’età tra i trenta e i quaranta, noti per la voglia di vivere sopra le righe e l’assoluta mancanza di regole. Dopo le birrette si accomodano verso la riva, si mettono in costume e fanno i loro comodi: qualcuno il bagno, qualcuno racconti “mitologici” a voce alta, un altro si prepara qualcosa da fumare. Si può dire canna sul blog? Ok, visto che è mio lo dico.

Non sono sorpresa nè curiosa di quello che fanno, anche se di certo non sono persone discrete. Un pò di alcol, qualche tiro e la voglia di divertirsi non hanno mai fatto male a nessuno; tra l’altro la Gioppina è da un’altra parte a giocare, non sarebbe certo incuriosita da chiedermi cosa stanno facendo. Continuo a leggere, faccio due chiacchiere, mi guardo un paio di messaggi.

Però sento un leggero fastidio nel vociare di quel gruppo, non mi concentro, allungo lo sguardo. Torno di nuovo al libro, ma resisto per una pagina o poco più: ancora risate, odore di fumo, battute volgari. Faccio una smorfia, e tento di togliere l’attenzione da quello che stanno facendo. Ma non mi è possibile. Mi sento scocciata. Chiedo scusa a chi è con me, mi alzo e me ne vado da un’altra parte, lontano dal bagnasciuga.

Ci ho pensato stamattina. Che stia diventando una vecchia bigotta e ottusa? Si tratta solamente di avere un pò di apertura mentale per non farsi shockare da certi atteggiamenti, che penso siano solo manifestazioni di quello che vuole sembrare libertà di costume e di scelta (e che invece a mio parere è una gabbia sociale al pari dell’aspetto borghese, o di quello cattolico, ad esempio). Ci ho provato anche io in altre stagioni a colpire gli altri con comportamenti diversi da quelli di chi mi stava attorno, ma alla fine mi sono ritrovata incastrata in maschere che a lungo andare non mi appartenevano più.

Perchè mi ha dato così fastidio quel gruppo? Perchè non ho fatto l’indifferente (o fatto finta) come altre volte?  Possibile che il fatto che ci fosse mia figlia mi abbia messo in crisi così tanto? Gran parte del motivo della mia scelta di andare altrove è stata la maleducazione nei toni della voce e nei termini volgari usati, che per me sentire gridare e cristonare è insopportabile. Ma mi chiedo se in fondo non sia una specie di irrigidimento nei confronti dell’altro, di quello che è diverso o incomprensibile, il che mi porta a pensare che da qui al razzismo (in tante forme) non ci sia poi tanta strada. E allora mi prende lo sconforto, perchè mi sono sempre dichiarata aperta al nuovo, e vorrei che lo sia anche mia figlia, solo che di questo passo il lavoro più grosso da fare sarà quello su di me.

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8 pensieri su “Non guardarmi, non ti sento

  1. il problema è che quello non era il nuovo e con tutta probabilità non aveva alcun interesse ad interagire con te. neppure intendevano stupirti…si imponevano in modo sgradevole e basta, fuori tempo, fuori luogo

  2. Dal titolo pensavo fosse un altro “buio in sala”, tra parentesi è un film divertentissimo. Ma letto il post il titolo è azzeccatissimo visto che anche nel film si gioca e si ride sulle differenze. E ciò che è differente da noi ci spaventa a volte perchè non riusciamo ad accettarlo e soprattutto a capirlo. Tenere tua figlia lontana da una combriccola di persone sopra le righe non mi sembra una dimostrazione di intollerenza e non significa che tu sia diventata bigotta o peggio ancora razzista.

  3. Owl ha detto:

    Io non credo che tu stia diventando intollerante. Ne tantomeno bigotta.
    Condivido tutto quello che hai scritto su ruoli e maschere. Ma tutto eh.
    Allora penso che se in quel momento il teatrino sta invadendo la mia libertà di scelta (che in quel momento è di stare in pace e farci stare anche mio figlio) allora è ok se me ne vado.
    In fondo hai solo scelto un altro luogo. Non hai sbraitato contro “il diverso”.

    Va che adesso mi accartoccio nel commento e non ne vengo fuori… Voglio dire che liberi loro, libera tu.
    Poi ci sta che certi atteggiamenti che prima ci lasciavano totalmente indifferente, con i figli ci facciano un effetto diverso.

  4. Reb ha detto:

    Selezione, sacrosanta selezione. Son persin troppe le volte in cui bisogna far buon viso a cattivo gioco, che liberarsene nel privato diventa mandatorio. Firmato: la tua sempre fedele asociale ed un po’ rompina.

  5. LadeaKalì ha detto:

    Condivido quello che dici a proposito di gabbie, maschere e ruoli…c’è chi si sforza di fare
    l’anticonformista a tutti i costi…quando ho sperimentato sulla mia pelle che quelli che sembrano
    borghesi sotto sotto magari possono essere dei gran rivoluzionari, e magari chi si professa aperto
    e moderno nasconde un fondo di bigottismo…ergo, i ruoli di facciata che uno si impone possono
    voler significare tutto e niente…
    Detto questo, quando la libertà di uno lede il desiderio di tranquillità di un altro non vuol dire
    che si sia intolleranti o bigotti o men che meno razzisti…d’altronde tu hai scelto di allontanarti,
    non di sbraitare che abbassassero i toni, anche se ne avresti avuto il diritto…
    Chiaro che la presenza dei bambini condiziona un po’ tutto….l’uso del turpiloquio, che in alcuni
    casi e con alcune persone può anche far ridere, non è cosa per bambini…
    Tranquilla, non sarai bigotta neanche a 90 anni….e proprio perché ci rifletti e ti poni il
    problema….

  6. polly ha detto:

    Quoto dalle 8alle5.
    Non si tratta di moralismo, si tratta di educazione.
    Io credo che si possa essere sopra alle righe (chi è che è completamente dentro alle righe?), anche senza esibirsi, soprattutto dopo una certa età.

  7. mogliedaunavita ha detto:

    ho pensato le stesse cose quando in treno non sopportavo di ascoltare le conversazioni telefoniche altrui, le voci alte altrui, o le facili questioni. io non ero intollerante e lo sono diventata. è questione di priorità.

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