Otto numero perfetto?

C’è un angolino della mia identità allargata che parla di libri. Specifico: per me i libri sono parte integrante della giornata, non esiste serata che non preveda la lettura, leggo da sempre (da quando mi ricordo), e non posso fare a meno di questo giardino solamente mio e impenetrabile. L’angolo piccolo al quale mi riferisco è un progetto di sito letterario, in cui esprimere (con incoscienza e immodestia) i pareri su quello che leggo; è la Lu che si trasforma in un Mr Hide (forse più Mr Bean, dipende) e tira fuori ciò che non si permetterebbe mai di dire al vento. Spazio virtuale (il web) identità reale (sono io, mica uno pseudonimo). Ho messo l’etichetta in alto qui sul blog: il titolo è calzante che davvero a volte mi sento megalomane (e un tantino esaltata)

Ci sono due cose entusiasmanti in questo progetto; la possibilità di parlare di libri, di entrare (almeno virtualmente) nel mondo dell’editoria, di conoscere nuovi autori, di mettersi in un angolino e seguire gli scrittori famosi. Ve lo dico piano piano: questo è quello che vorrei fare davvero per mestiere.

La seconda cosa è il gruppo di lavoro. Colleghe appassionate, decisamente autodidatte e animate da una buona volontà sconfinata. Ognuna ha le sue carratteristiche, ognuna si è ritagliata un ruolo: e non abbiamo strillato per imporre la nostra versione, semplicemente ci siamo incastrate come in un impossibile tetris. E lungo il cammino abbiamo avuto dei problemi, ciascuna a turno (o anche insieme) e li abbiamo risolti; ci siamo sostiuite, abbiamo fatto una corsa se il pezzo previsto non era pronto, abbiamo anche cannato la programmazione. Non ci sentiamo tutti i giorni, non ci mandiamo mail d’amore, capita anche che ci sia chi non approvi la decisione presa: ma andiamo avanti. Lavorando da casa (utopia), lavorando di notte (volontà), lavorando con un figlio sulle ginocchia (multiprocessualità): lavoriamo bene, visto il risultato.C’è stato chi ha creduto in noi e ci ha dato una possibilità (o si è voluto togliere di torno delle scocciatrici incredibili!): anche senza ritorni economici!

Io ci credo nelle collaborazioni, e la rete è il mezzo più grande che possa esistere per esprimere le proprie potenzialità. E credo anche che solo sbattendosi molto si può arrivare da qualche parte, e si può svoltare dentro i propri sogni. Capito Lu?

angela cinzia elisa nico silvia silvia barbara: io vi lovvo assai! 😀

Buio in sala! Biglietto n.19

Il mercoledì si va al cinema con la rubrica di NxD.

Mangia prega ama

Liz Gilbert ha una bella casa a New York, un matrimonio fresco, una carriera di successo. Ma improvvisamente scopre che tutto questo non è quello che vuole e che per capire cosa cerca davvero dovrà lasciare tutto e tornare dallo sciamano balinese che le ha messo la pulce dell’insoddisfazione nell’orecchio, passando per Roma, dove vuole imparare a godersi la vita partendo dall’apprezzamento del buon cibo, e dall’India, dove vuole imparare a pregare. Un film di Ryan Murphy. Con Julia Roberts, James Franco, Richard Jenkins, Viola Davis, Billy Crudup. Titolo originale Eat Pray Love. Drammatico, durata 140 min. – USA 2010. (MyMovies)

Ho scelto il canale di programmazione perchè conoscevo le buone recensioni del libro da cui è tratto il film, ero curiosa di sapere come avessero descritto i piaceri italiani, e onestamente mi andava di passare un paio d’ore in leggerezza. Già dopo i primi minuti di film mi è venuta una noia bestiale, a vedere il solito soggetto americano di donna trentenne insoddisfatta e spenta, ovviamente scrittrice (che tanto si sa che gli americani per diventare scrittori non ci mettono niente…), ovviamente piena di soldi, che decide di partire per una anno sabbatico: vuole imparare a mangiare bene (e ti credo!), imparare a pregare (semplice: per pregare bene è sufficiente fare migliaia di kilometri in aereo no?) e, ultimo ma non per ultimo, imparare ad amare.

Primo passo: scegliere il paese nel quale si mangia bene per eccellenza, l’Italia. Anzi no, Roma (e un piccolo cameo di Napoli). E giù di fotogrammi gastronomicamente lussuriosi, buttati così alla rinfusa senza capire a cosa servono. Veramente ad un certo punto lo spiega pure: “per tutta la vita mi sono alzata il mattino pentendomi di quello che avevo mangiato la sera prima, ora voglio solo godermi quello che mi piace” e la scena successiva mostra la Julia Roberts e la sua amica svedese bellissima che si fanno un giro di shopping per comprare i jeans di una taglia più grande. Dito medio, cara Julia!!!

Secondo passo: l’India è la patria degli ashram, e quindi solo in questo (martoriato) paese posso raggiungere il mio scopo interiore, anche se la guru è nella sua sede di New York (!). Cambio di abiti e pettinatura, più dimessi, incontro con un americano che racconta la sua patetica storia, piagnisteo. Altro dito medio.

Bene: hai imparato a mangiare, hai imparato a pregare, presumo che a Bali si impari a trombare… Questa cosa non la saprò mai (se la Julia ha imparato, intendo) perchè ho spento! Oltre ad avere solo due dita medie, oramai ridevo a crepapelle per tutti gli stereotipi buttati dentro il film, per le inutili divagazioni paesaggistiche, e anche per lo spreco di materiale umano maschile: James Franco, Luca Argentero (mi dicono dalla regia che c’è pure Javier Bardem, dopo) buttati li in mezzo a fare da manichini e nemmeno due pettorali visti!

Mi perdoni chi legge questa rubrica per avere degli spunti, la mia (anti) recensione è su un film interrotto: decidete voi se vederlo o meno!

Ci eravamo tanto amati

Io non sono fatta per questo mondo. Preciso: non sono fatta per questo mondo incivile.

Non voglio vedere le schifezze in cui mi imbatto ogni volta che esco in bicicletta: automobili che mi tagliano la strada, parcheggi selvaggi sulla ciclabile, clacson che fanno saltare la gioppina tutta presa a evitare cacche di cane.

Mi saltano i nervi ad ogni isola ecologica, che ha tutto tranne la buona prassi sostenibile: coperchi rotti, sacchi lasciati in giro. Per non parlare poi della differenziata: che ogni volta che passo davanti alla raccolta della carta e della plastica ci manca solo l’insegna “dal zozzone: butta qui quello che ti passa per la testa”

Non ce la faccio a vedere adulti senzienti tentare di superare la coda, nonni che indicano ai nipotini il modo migliore per fregare un sedile sull’autobus.

Mi si contorcono le budella quando richiedo una visita specialistica e trovo un appuntamento tra sei mesi.

E i numeri da circo su carreggiate sempre troppo stretti per i fenomeni da baraccone.

E’ una catastrofe sapere che una mamma non può continuare a lavorare perchè non trova strutture che la aiutino in famiglia.

Io non me la sento di favorire questa congregazione di furbi, io voglio trovare di meglio per me, per il socio e per nostra figlia. Ho solo paura a lasciare i miei affetti, a cui sono molto legata, i miei e mia sorella.

In fondo ho anche tanta tristezza ad allontanarmi da questa meravigliosa Italia, che non ha eguali per meraviglie storiche e artistiche; è un paese che ti riconcilia con la bellezza alla tua pace interiore: sempre che tu possa superare l’isterismo esteriore.

Sarei già scappata, lo dico; cercherei una terra più moderna dal punto di vista sociale, e credo ce ne siano, anzi ne sono certa. Ma non riesco a staccarmi dalle radici, non riesco a fuggire. Soprattutto non voglio che altri menefreghisti consumino e portino alla rovina il posto in cui sono cresciuta: devo fare qualcosa. Per ora restare è l’unica arma: ma soffro.

Squadra che vince…#donnexdonne

Una buona parte della mia vita riguarda lo sport: visto, sognato, praticato. Avevo otto anni quando ho cominciato a giocare a pallavolo, e non ho mai smesso, perchè anche oggi che non pratico più la pallavolo resta una parte di me; principalmente per quello che ho imparato sul rispetto, per come conosco il mio corpo e i suoi segnali, per l’educazione sociale che ho ricevuto. Avviare i bambini allo sport deve diventare obbligatorio, regolamentato per legge, troppo importante nella formazione di un ragazzo sapere che ci sono regole da seguire e che bisogna rispettare gli impegni presi: niente come lo sport può servire all’esigenza.

Mi piace porre l’accento sullo sport di squadra, che è quello che conosco meglio, e in particolare sulla squadra femminile, che è ancora un mondo diverso all’interno dell’universo sportivo. In tema di buone prassi al femminile dentro la mia esperienza, io associo subito le squadre di cui ho fatto parte, quelle che hanno raggiunto obbiettivi importanti, ma anche quelle che non hanno vinto niente.

Fare parte di una squadra significa mettere a disposizione delle altre tutta la propria esperienza, senza risparmiarsi lasciando indietro il coniglio nel cilindro per poter emergere;  significa elaborare velocemente una soluzione quando esiste un problema, raccogliendo gli imput che possono dare le altre, fosse anche una sgridata dalla compagna con meno anni sulle spalle: recriminare o puntualizzare sul contorno, non serve, fa perdere tempo e nella dinamica dello sport il tempo è il fattore fondamentale. Tutto ciò non vuol dire annullarsi per la causa, non sono il tipo che fa da tappezzeria nè alle feste nè durante una partita (e nemmeno sul lavoro, che l’argomento è generale); esiste un leader, che viene seguito naturalmente e non eletto dall’alto, e questo personaggio risulta colui il quale ha speso il 101 per cento delle sue possibilità: fare la star si può, ma i sotterfugi non funzionano.

Gli equilibri in una squadra femminile sono molto delicati, in generale seguono un pò la cattiva abitudine (decisamente femminile) di interiorizzare e avere difficoltà a incontrarsi (e scontrarsi) in modo diretto: per esperienza so che si creano fazioni, che è complicato risolvere in modo immediato le incomprensioni.

Devo però ammettere che spesso essere amiche non è necessario,  quello che è determinante è avere un obiettivo comune: e non sempre è la vittoria. Ho trovato interessante la coesione che si forma quando si ha un allenatore molto cattivo, o ritenuto incompetente, o mal voluto: si superano in uno schioccare di dita tutti i problemi personali e si diventa un animale unico, pronto a dimostrare di avere ragione. E si ritorna al punto di partenza: usare  tutte le energie e competenze.

Mi sembra uno spunto interessante per parlare di #donnexdonne, perchè individuare le interazioni femminili come esempio sociale mi sembra quanto meno riduttivo; se però diamo un significato agli errori comunemente commessi  e estendiamo le buone prassi a tutti i componenti del microcosmo di cui facciamo parte, senza distinzioni di genere (o di età), c’è una buona opportunità per trovare una strada comune e proficua.

I link all’iniziativa:

L’elenco dei blog che partecipano (da aggiornare) è nelle zone temporaneamente autonome di Pontitibetani : diffondete!