Competizione ovvero del mostrare le proprie competenze

Leggendo la rete virtuale che frequento mi imbatto spesso in discussioni  originali e ben fatte. Questo mese GC affronta l’argomento della competizione e ci sono già in giro per il web dei post molto interessanti (due esempi qui e qui)

Non so se è blogstorming il mio ma l’argomento mi appartiene, io sono competitiva; lo sono sempre stata, i miei non hanno fatto niente per distrarmi da quella inclinazione. Specifico che non hanno mai fatto niente nemmeno per creare un mostro di ambizione, lasciando andare per la loro strada le attitudini di una bambina dotata che riusciva in (quasi) tutto quello che faceva, condividendo le vittorie e consolando le sconfitte.

Sull’etimologia della parola Google mi rimanda all’origine di gara , il wikizionario ci aggiunge come sinonimi  “rivalità” e come derivazioni il significato di competenza.

La prima immagine che io ho sull’argomento è la gioppina che mi cerca con lo sguardo in ogni cosa che fa, il suo modo un pò goffo di dimostrare che è grande perchè sa fare le cose che faccio io. Competizione con la madre, conflitto generazionale: parole impegnative.

In questa situazione è come se fossi un elefante dentro un negozio di cristalli; io che ho sempre voluto farmi notare, io che ho facilità nelle relazioni con gli altri, io che esigo il risultato da me stessa. E’ necessario un passo indietro, perchè io non è più l’argomento principale e se voglio dare la capacità a mia figlia di formarsi un carattere obbligatoriamente devo ridurre il mio.

Esiste un limite a tutto questo? Fino a quanto “sacrificare” parte delle proprie aspettative e di quelle sui figli? Quando spingere e quando frenare i figli sul loro modo di essere? Ho sempre sostenuto che la competizione sia una molla sana, la mia formazione sportiva ha contribuito non poco su questo aspetto. Voler superare l’avversario, cercare la soluzione nel minor tempo possibile, limitare i danni, inventare una strada alternativa: questi sono i risultati buoni di una competizione onesta. Camminare da solo, cedere allo stress, ingigantire la sconfitta, non dare il giusto valore al competitore: è sbagliato, significa perdere di vista l’obbiettivo di crescita che è insito nella competizione, nella gara in senso lato.

La rivalità di cui si accenna nei dizionari è calzante all’interno del mio punto di vista, in alcuni casi una figlia vede nella madre la rivale che può insinuare il terreno conquistato: come donna, come persona. Tanto peggio il divario diventerà insanabile quando l’adulta trasferirà sull’altra tutte le proprie ansie e l’insofferenza dei propri scarsi risultati; la figlia si trasfomerà in un mezzo di riscatto e le proprie aspirazioni si maschereranno da ottimi consigli non richiesti: a quel punto la complicità naturale che può e deve caratterizzare l’amor figliale andrà inesorabilmente a farsi benedire, con tanto di ripicche e litigi. Ma questo succede solo nei film (spero)

Stessa origine della parola competizione la troviamo in competenza:

secondo il Dizionario etimologico della lingua italiana di Cortellazzo e Zolli (1994), competente significa essere conveniente, congruo e appropriato. Competente è dunque chi agisce in maniera volutamente responsabile, secondo criteri relativi (quindi adattabili alle illimitate esigenze) e variabili, nonché socialmente e politicamente riconosciuti sia in termini di una prestazione tecnicamente valida che eticamente corretta e coerente con i valori di un gruppo (professionale).

E allora il cerchio si chiude; è bello pensare che da una gara possa derivare una persona corretta, preparata, che utilizza le sue conoscenze per migliorare e ottenere buoni risultati, che ha rispetto dell’avversario (fosse anche se stesso) e con onestà punta a vincere.

Ho voluto approfondire la competizione dal punto di vista madre figlia perchè una quasi seienne dentro casa ti porta a farti delle domande scomode; gli arcinoti sensi di colpa della madre, soprattutto di una madre ingombrante, in alcuni casi è giusto che vengano messi in cantina, vicino alle scatole con i vestiti della stagione passata, ben nascosti ma non troppo indietro, perchè spesso è il caso di dimenticarsene, ma ogni tanto è giusto rivederli per non adagiarsi troppo sul lavoro fatto che tanto ce ne è ancora da fare.

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13 thoughts on “Competizione ovvero del mostrare le proprie competenze

  1. the pellons' mother ha detto:

    Un bel post, Luci. Io sono sempre stata iper-competitiva, non in ambito sportivo, dove faccio schifo, ma piuttosto a scuola, da brava secchiona. Questo ha certamente fatto sì che mi impegnassi molto e non lo rinnego per nulla. Su come porsi nei confronti dei propri figli, se incitarli, spronarli, o lasciarli semplicemente essere come sono, me lo chiedo spesso anche io. Non ho ancora trovato una risposta. Io di mio sarei per chiedere molto, vorrei che parlassero già un’altra lingua, che sapessero suonare uno strumento fra qualche anno. Il dr invece è rilassato, vuole un’infanzia che sia tale per loro, e nessuno stress, che già avranno nella vita. Non se ne esce al momento.

    • io sono bipolare come sempre, vorrei darle più mezzi ma mi accorgo che ha bisogno anche di essere “meno”.
      credo che la cosa giusta da fare sia ascoltare molto, capire quello che chiedono.

      • the pellons' mother ha detto:

        Sì, la cosa più importante probabilmente è dare loro il nostro tempo. Solo che la maggior parte del nostro tempo siamo al lavoro e ci sentiamo per questo in colpa. E crediamo di cavarcela dando loro qualcosa di sostitutivo, ma non è la stessa cosa.

    • supermambanana ha detto:

      no ti prego MP, l’infanzia che sia tale che la vita e’ uno stress lo ODIO come ragionamento… la vita e’ molto meno uno stress se hai tante piccole cose che ti accompagnano (tipo, saper suonare, tipo, parlare un’altra lingua…)

      • the pellons' mother ha detto:

        Sì, forse, ma per raggiungere questi obiettivi bisogna che nel frattempo un po’ li stessi… insomma, ribadisco, è un casino!

  2. Sto leggendo con molto interesse tutti i post sull’argomento competizione. Io non sono stata molto competitiva, ero diligente per senso del dovere e lavorando come una matta per forza ottenevo risultati. In ogni caso provavo soddisfazione per i buoni risultati, ci mancherebbe. Un pò accade ancora ora anche se i miei ritmi volutamente rallentati fanno decadere anche tanti traguardi. Ma non me ne lagno.
    Il problema è il mio nano alieno. Lui apprezza vincere, come tutti i bambini, e in troppe cose gli riesce ancora facile. A scuola butta dentro nozioni senza accorgersene, allo sport non è interessato ma quel poco gli viene comunque abbastanza bene. E tutto ciò non sarebbe affatto un guaio se lui si divertisse a far parte dell’ingranaggio, se valesse per lui il passaggio positivo competizione-competenza. E invece ha sempre quel piglio indifferente, quasi a farsi scivolare addosso vittorie e sconfitte. Gli pesa molto di più perdere con gli adulti, fosse anche solo a briscola. A me basterebbe vederlo felice di far parte di una squadra, di competere per il gusto di esserci. Chissà se riuscirà mai a sentirsi abbastanza sereno in mezzo ai coetanei da lasciarsi andare anche alla sfida. Per ora sto ancora cercando un metodo di “sprono” adatto!

    • “non sarebbe affatto un guaio se lui si divertisse a far parte dell’ingranaggio” forse nella sua inconsapevolezza lo è, forse è il nostro punto di vista che è sbagliato. il mio dubbio (abbastanza diffuso per la verità) è se siano sbagliati i nostri modi di approcciarci alla competizione, in fondo il vissuto personale ci fa essere “parziali”. Bello il tuo intervento.

  3. “E’ necessario un passo indietro, perchè io non è più l’argomento principale e se voglio dare la capacità a mia figlia di formarsi un carattere obbligatoriamente devo ridurre il mio.”
    Ecco. Queste parole mi colpiscono e penso che ci voglia una grande sensibilità per dirle.

  4. che bel post e che riflessioni dense.
    A me viene da pensare che la competizione non è sana o insana di per sè, è neutra. Nello sport potrebbe non essere sana la competizione di per sè, ma i valori che la sottendono. Forse è il motivo per cui si entra in competizione che va indagato… ma non ne sono affatto sicura.
    e qui mi fermo 🙂

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