Metti che ti chiamo sfigato

“Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni e’ bello, perche’ vuol dire che almeno hai fatto qualcosa”

Beh? Trovatemi dove è sbagliata la frase. Certo che per essere un viceministro il Martone ha usato poco la dialettica classica e la capacità di mediazione ma…vivaddio. Siamo onesti e facciamo coming out: quanti ce ne sono di ragazzi parcheggiati all’università (per millemila motivi) che non vanno né avanti né indietro? E cosa vi viene da pensare? Che sono nel limbo, che non riescono a prendere posizione, che non hanno ancora chiara la loro visione della vita: che sono SFIGATI. Io lo penso.

Solo che se lo dice una personalità pubblica, tanto più esponente di un ruolo delicato come il ministero del welfare, tutti a sgranare gli occhi e a puntare il dito. E l’atteggiamento buonista di chi trova sempre un motivo per una azione non costruttiva è quello che ci ha portato alle cattive prassi di oggi: non si può punire, non si può emarginare, non si deve lasciare indietro chi ha sbagliato. Certo espongo un’idea molto provocatoria, perché dalla situazione esaminata ho volutamente eliminato tutte le cause particolari, tutte le eccezioni.  Lo hanno detto tutti: gli studenti lavoratori, i giovani con situazioni difficili, le famiglie disagiate. Va bene, demagogia.

Resta il fatto che se un ragazzo si laurea a 28 anni è in ritardo su tutto: sui coetanei degli altri paesi, sull’evoluzione delle normative, sulla possibilità di trasformare la teoria in pratica, sulle potenzialità lavorative. Anche se ha avuto mille motivi. E onestamente se a lui va bene così, a me no: è uno SFIGATO.

28 thoughts on “Metti che ti chiamo sfigato

  1. sono d’accordo con te, io che mi sono laureata a quell’età lì proprio quella.
    ha ragione se si vuole competere bisogna finire presto, fare esperienza anche gratis se il posto merita, andare a vedere i “mostri” del proprio settore pure all’estero.
    altrimenti poi non lamentiamoci che abbiamo lavori di cazzo pagati male, quello valiamo e per quello siamo pagati.

  2. Io sono d’accordo con te…su tutto… l’università non è un parcheggio, se si scegli di intraprendere la carriera universitaria l’approccio deve essere come un “lavoro” , studio , frequento , do gli esami e cerco di laurearmi in tempo per entrare nel mondo del lavoro prima possibile..

  3. Se vogliamo provocare può anche andar bene. Se vogliamo fare un ragionamento serio lo sfigato è chi sentenzia così.

    Ciò non toglie che è molto condivisa l’idea che si devono fare, con dovuta calma, solo le cose che piacciono. E così faccio solo lo sport, le vacanze, studio le materie che mi interessano e tralascio quelle che non mi vanno, non rispetto i piani, me ne fotto delle regole a prescindere, unicamente perché mi costano fatica.

    Ci sono tante ragioni per arrivare lunghi alla laurea. Molte sono cattive ragioni. Altre sono ragionevolissime. Altre ancora sono scelte lungimiranti.

    • Chiariscimi: è condivisa l’idea di fare solo ciò che piace ma ciò non va bene. Giusto?
      Se vogliamo fare un ragionamento serio cosa bisognerebbe approfondire? Io ho bisogno di capire cosa viene contestato a Martone, oltre la scelta della parole, effettivamente poco “di classe”

      • Ammetto che si capisce poco del mio commento: l’ho scritto fra una telefonata e l’altra, cancellando brani che tuttavia son rimasti scritti nella mia testa. Me ne dispiaccio.

        Il significato è questo: il sentire comune è che bisogna fare solo ciò che piace, un agire sottilmente edonistico. Questo agire è quello che fa si che le priorità diventino altre, e che Martone le qualifichi come agire da sfigati.

        Quello che contesto non è il giudizio su questo aspetto del ritardo nel laurearsi, ma il saltare il percorso per sentenziare, tout court, che chi si laurea tardi è uno sfigato. Non è così. Ci sono ottime ragioni per laurearsi tardi, ragioni che il dott. Martone, evidentemente figlio di gallina bianca, non ha nemmeno avuto modo, con la sua brillante intelligenza, di percepire.

        Spero di essere riuscito a spiegarmi meglio: solo due telefonate nel mentre 🙂

      • supermambanana ha detto:

        “il sentire comune è che bisogna fare solo ciò che piace, un agire sottilmente edonistico.”

        il problema vero e’ che in italia “ciò che piace” non viene mai associato al lavoro/studio. Non solo il secchione e’ visto male, ma pure se dici che ti piace il tuo lavoro sei visto male. Se comincia a serpeggiare l’idea invece che il contrario e’ da sfigati, oh, io so’ contenta.

        Che poi “sfigati” significa anche “sfortunati” nel senso non denigratorio del termine, e quindi si, se stai parcheggiato per 10 anni all’uni e non ti laurei, o sei sfigato/sfortunato o sei sfigato/sfigato, suona meglio cosi?

  4. Owl ha detto:

    Completamente d’accorco. Io ero una delle eccezioni, ma a 23 anni siccome lavoraravo e non andavo ne avanti e ne indietro mi sono messa a lavorare.
    Tanto più che la professione che avevo scelto l’ho imparata tutta sul campo non in quei 3 anni di accademia.
    Ha ragione Ruben, se non avesse usato quel termine avrebbero tirato tutti dritto e buona notte.

    • Idem, io sono entrata in casa editrice e ho mollato l’università. Certi lavori si imparano molto meglio facendo. Certo una bella laurea in psicologia resta un desiderio (ero iscritta a lettere) e prima o poi – lavorando – me la prenderò (sui gomiti)

      Bisogna fare delle scelte e perseguirle se a 28 anni non hai ancora fatto altro che andare all’università a far finta di dare esami e non sei ancora giunto neanche alla prima laurea, si sei uno sfigato.

      E hai voglia a dire che parla bene Martone che è raccomandato e figlio di papà… già avrebbe potuto vivere di rendita, laurearsi a 30 anni e chiedere al babbo di trovargli comunque un posto. Mi pare che si sia fatto un discreto culo

  5. Secondo me è anche questione di rispetto.
    Se abito da solo, sono indipendente, lavoro e voglio laurearmi a 40 anni, ok, cavoli miei.
    Ma se non lavoro, abito coi genitori e mi piace fare la bella vita, bè, cavoli, un po’ di rispetto!
    Datti una mossa, studia e impegnati. Altrimenti vai a lavorà (come dice mio padre).
    Ecco, mi sto preparando i discorsi da fare ai miei figli quando saranno grandi…

  6. La mia provocazione riguarda soprattutto un modo di essere e di intendere la vita: ma sì, checcefrega di quello che fanno gli altri, se uno fa la scelta di parcheggiarsi è un problema suo, io guardo il mio orticello e non me lo toccate. E’ sbagliato. Per fare dei passi avanti è necessario portare la cultura del fare a tutti, è fondamentale dare le giuste coordinate per evolversi. Ci sarà sempre chi fa una scelta differente, l’uniformità fa male, ma bisogna ritornare a capire quali sono i comportamenti sbagliati da stigmatizzare.

    • Comportamenti sbagliati. Chi è il metro di giudizio? Chi decide cos’è giusto e sbagliato?

      Una risposta forse c’è, ma fa a pugni con la visione del mondo corrente: il bene comune. Ognuno deve contribuire alla società, con le proprie capacità. Non solamente con le tasse, ma anche con le capacità.

      Sottrarvisi non è reato, ma è moralmente scorretto. Però si sa: con la rettitudine morale ci si fanno i bidet….

      • E qui noi non siamo d’accordo: ci siamo troppo allonati da una certa rettitudine morale che ci fa capire quali sono le cose effettivamente sbagliate. La moralità e la prassi corrente ci fa “sentire” buono anche chi contribuisce al bene comune con gli atteggiamenti da furbo: questo è sbagliato.

      • E allora qual’è la radice della morale? La fede? Lo stato? La decisione unilaterale di un singolo?

        L’unico fondamento di una morale laica è il sentire comune, che può essere basato sulla cultura generale (e allora fanno bene i bambocci o gli sfigati), oppure su ciò che fa progredire, migliorare la collettività (e si fa fatica poi a decidere cosa sia il progresso di questa).

        Ogni altra fonte porta allo stato confessionale, o alla dittatura. Non c’è via di scampo.

  7. Io all’Università ho cazzeggiato, non ho sempre studiato e dire che Fisica a Torino non è proprio una passeggiata. Poi ho anche interrotto un anno, che si è ammalato mio padre e poi è morto. Ciò nonostante prima dei 26 anni ero laureata, avendo fatto anche 16 mesi di tesi di ricerca.
    Chi si laurea a 28 anni è oggettivamente uno sfigato, se ha fatto solo quello nella vita.

    Peccato che a dirlo sia uno che ha fatto carriera grazie ai legami con la P3 del paparino e varie altre amenità: uno che faceva meglio a far dire la stessa frase da un Ricercatore che ha resistito in Italia, da un Ordinario che lo è diventato a 60 anni, roba così, per dire no?

    Giusto perchè uno come Martone che a meno di 30 anni è un Ordinario in Università, beh, il dubbio viene…

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/martone-sfigato-ordinario/186394/

  8. Betterslow ha detto:

    La frase di Martone è sbagliata in molti punti, sia dal punto di vista del contenuto che dell’utilizzo della dialettica (retorica? che ne so, io ho fatto lo scientifico).
    1) Martone generalizza, e questo è già un errore del suo, perché manca di rispetto alle tante situazioni di necessità.
    2) Martone insulta. Che è un altro sbaglio di per sè. Inutile che ci giriamo, sfigato è un’insulto.
    3) Martone da dello sfigato urbi et orbi a chi non è ancora riuscito a laurerarsi a 28 anni. È esattamente come quando Padoa Schioppa ha dato dei bamboccioni ai giovani italiani, anche lì generalizzando e probabilmente conoscendo poco la realtà. È esattamente come dare della figa di legno alle donne single o divorziate. Mi vergogno a citare Ligabuo (l’errore di battitura è volontario) ma “Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri”.
    4) Martone dovrebbe sapere di rappresentare un’élite privilegiata, e quindi dovrebbe anche sapere che non può permettersi, dialetticamente, di fare simili affermazioni in questa maniera (forse in un’altra); oppure lo ignora, e allora sbaglia comunque.
    5) Martone dice che “essere secchioni è bello”, ma qui mi manca la definizione martoniana di secchione; io mi attengo a quella della Garzanti, che per il lemma secchione rimanda a secchia “nel gergo scolastico, alunno che perviene a buoni risultati grazie all’ostinata applicazione, pur senza brillare per intelligenza”. Qui sbaglia dialetticamente, perché per tutti è ovvio che sta solo cercando di sdoganare se stesso.
    6) Martone sbaglia anche nella sostanza, perché non basta affatto “aver almeno fatto qualcosa” durante la propria gioventù. Il suo è un rilancio al ribasso che riduce tutto alla prestazione del voto, del titolo di studio, che invece è solo il minimo sindacale del diritto/dovere dei giovani – perché Martoni giochi così al ribasso, posso solo ipotizzarlo (aggiungo rispetto al “almeno fare qualcosa” martonesco che i giovani devono studiare, ma devono anche scoprire il mondo, fare l’amore, fare la rivoluzione e donarsi agli altri, educarsi e autoeducarsi e coeducarsi, fare sport, divertirsi molto e sperare nel futuro, più altre 1000 cose che adesso mi sfuggono).

    Per completezza di informazione, sono nato a febbraio, sono entrato direttamente in seconda elementare per guadagnare un anno, a elementari e medie ero il primo della classe, ho preso 57/60 alla maturità, esami universitari completati in corso (media 28/30), tesi di progetto elaborata in un anno durante il quale ho fatto il servizio civile (voto 100/100). Ma nel frattempo ho fatto molte altre “qualcose” senza le quali avrei passato gli ultimi 20 anni a rimpiangere il fatto di non avere un papà architetto che mi passasse lo studio già avviato e che esseemi laureato in fretta e bene non era servito a niente. Così, per far capire che a differenza di Martone non sto difendendo la categoria.

  9. Scusate ma io non sono granché d’accordo. Io che ho preso una modesta triennale a 22 anni nel periodo compreso tra settembre 2002 e luglio 2005 (con pancia di 7 mesi).

    Che ci sia parecchia gente parcheggiata all’università inutilmente è vero. Che vengano snobbati (più dai genitori che dai figli) lavori decorosissimi e che rendono pure, tipo l’idraulico, è vero.

    Ma dire che tanta gente è sfigata, è un evidentemente un pressapochismo. Primo: chi esce dall’università, nella stragrande maggioranza dei casi (quasi tutti i miei coetanei che conosco, a 29 anni), ha di fronte una vita da precario. Nessuno ha fretta di vivere come un precario.
    Secondo: non tutti sono portati per lo studio, è vero. ma il sistema delle lauree brevi non solo sottintende che molti possono sperare di farcela, ad avere un pezzo di carta, ma ti obbliga quasi a provarci, perché per fare l’archivista ti chiedono la laurea, quando basterebbero alla grande tre anni di ist. prof. da segretaria d’azienda. Se non hai tanta voglia di studiare e vuoi fare l’archivista, devi studiare almeno 6 anni in più di quel che serve per il tuo lavoro.
    Quindi, creare un sistema che ti incentiva, e poi ti obbliga anche, a studiare, a prescindere dalla tue potenzialità, e poi dare dello sfigato a chi subisce questo sistema, è da sfigato.

      • perché fare l’archivista o l’impiegata o la centralinista non necessita una laurea. Però tu capisci che se il sistema mi incentiva a laurearmi e se tutte le mie competitor sono laureate, con un diploma di segretaria d’azienda non posso fare la segretaria d’azienda, bensì posso lavorare in fabbrica. Citando Fred Hirsh, un po’ così alla cazzona, dico che se siamo al cinema e tutti sono in piedi, non posso sperare di vedere il film da seduta: da seduta al limite posso vedere i fondoschiena degli altri, ma magari avevo semplicemente l’ambizione di vedere il film seduta, niente di più e niente di meno.

  10. the pellons' mother ha detto:

    Arrivo tardi ma sono completamente d’accordo. Facciamo salve le eccezioni di studenti meritevoli che devono lavorare per mantenersi agli studi? Quanti sono rispetto a quelli che invece “se la prendono comoda?”. Dieci minuti fa al tg2 hanno intervistato un ragazzo che si difendeva dicendo che lui è sì ancora studente a 29 anni, però si è dedicato molto alla vela, anche a livello agonistico. Certo, evidentemente lo poteva fare! Io vengo da una famiglia borghese senza problemi economici, ma i miei compagni di università che i problemi economici li avevano si sono tutti laureati prestissimo (come me) per arrivare prima al mondo del lavoro, punto e fine. Mi viene in mente anche il caso di un vecchio compagno di scuola che si è laureato un mese fa in economia (in soli diciamo…15 anni).Sarà anche vero che ora pare condannato ad un mondo di precariato e che non ha voglia di entrarci, ma se si fosse laureato correttamente nel 2001 forse ora avrebbe un posto di lavoro ben diverso…

  11. @betterslow mi prende in parola e specifica tutti i punti sbagliati 🙂 Sulla generalizzazione (che sottolinea anche@polly) e sull’offesa gratuita ho già detto io, non sono d’accordo. Per quanto riguarda il “pulpito” da cui viene la predica, io sinceramente me ne frego: l’argomento è universale, non necessariamente ha più voce in capitolo solo chi si è laureato presto e bene, facendo un percorso cristallino e mille altre esperienze di vita, quindi si può essere d’accordo con una tesi anche se le premesse sono diverse. Io ad esempio non amo la parte in cui Martone dice che basta fare, io credo alla qualità e ai talenti, e ognuno deve scegliere in fretta i propri.
    Sulla corsa al mondo del precariato onestamente sarei anche stanca di sentire sempre le solite teorie del complotto. E’ vero che il sistema così com’è non funziona, è vero che c’è il baronato, è vero che che bisogna combattere: ma senza una ferma volontà e coscienza di se stessi non si ottiene nulla, la competenza e la preparazione universitaria vanno poi allocate con cognizione di causa dentro il mondo lavorativo, quindi partire in ritardo è solo un guaio. Tra l’altro ricordo che basiamo il nostro confronto su un estratto di un discorso, il quale già di per se è limitato, se poi viene contestualizzato male diventa solo una banale strumentalizzazione.
    Però mi piace leggervi 🙂

  12. leggo solo ora..
    “E l’atteggiamento buonista di chi trova sempre un motivo per una azione non costruttiva è quello che ci ha portato alle cattive prassi di oggi: non si può punire, non si può emarginare, non si deve lasciare indietro chi ha sbagliato.”
    traduco così le tue parole: se vai male a scuola, “ai miei tempi” non studiavi (e magari eri davvero uno su 100 con reali problemi di apprendimento), oggi subito a controllare se non hai problemi di apprendimento ( e magari uno su 100 ce li ha davvero: ma gli altri 99?)
    impariamo a dare nuovamente la giusta misura e il giusto valore alle cose..

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