Liberiamo una ricetta: il mappazzone infagottato di Paoletta

quando ho deciso di partecipare a questo splendido evento mi sono entusiasmata come mi capitava da bambina davanti alla bancarella delle mele caramellate: una vera orgia di endorfine.

poi le endorfine sono morte, il cervello ha iniziato a ragionare, e il panico ha trovato ampio spazio di movimento: puro, profondo odioso panico. “eccheddiavolo libero ora?”

ho scansionanto mentalmente il mio ricettario, (l’operazione ha richiesto circa 7 secondi, vista l’esigua quantità di piatti registrati, sette per l’esattezza) e ho pensato: ” che problema c’è, il web è pieno di ricette da copiare, il mio “cucchiaio d’argento” è pieno di ricette (mai realizzate) da utilizzare, mia zia suora è piena di ricette da spacciare per buone” .

poi ho riacceso il cervello e ho di nuovo pensato (probabilmente l’ultimo neurone si è immolato sull’altare del pensierone che ho partorito) ed è uscito questo: “ma che senso avrebbe liberare la ricetta di un altro? equivarrebbe a rubare in chiesa, e la zia suora non approverebbe!”

così ho cercato l’aiuto della “famigghia” e ho chiesto consiglio.

– ste, secondo te che ricetta potrei liberare?-

– mah… difficile. magari il tuo piatto forte: la cerealata! –

-bravo, grazie. ci penso. –

dicesi cerealata, la pietanza salva-cena a base di cereali secchi del mattino e latte freddo. la colazione insomma, riproposta all’ora cena.

-bambiniiiii, tutti qui, riunione di famiglia: ho una comunicazione da darvi. bella neh!

sapete cosa ho pensato di mettere in tavola questa sera? non ve lo immaginate? è il piatto che preferite in assoluto, quello che vi manda in estasi ma che purtroppo (per me) non posso rifil… emh preparare ogni santa sera con l’amore che contraddistingue ogni mio gesto in cucina.

bambini stasera C E R E A L A T A!-

di norma la cerealata viene salutata con grida e lacrime di commozione, manco fosse una cena da Savini (o ancora meglio, da mc donald’s). l’applauso è sempre garantito e la riuscita una certezza!

d’altra parte i pargoli hanno un palato affinato da anni degustazione di deliziosi manicaretti serviti alla mensa scolastica (milano ristorazione), che mette in tavola quotidianamente 80.000 pasti. la suddetta mensa viene ritenuta dalla mimi, la piccola di casa, il metro di paragone del top della cucina mondiale: -mamma, stasera mi fai il riso? però buono come quello di milano ristorazione. magari chiedi la ricetta alla cuoca!-

glub!

fatta la dovuta e prolissa permessa atta a spiegare le mie doti culinarie, è con grande emozione che mi accingo a presentare l’oggetto cui ho dato vita per lo straordinario evento, l’essere che sento un po’ come il quarto figlio: IL MAPPAZZONE INFAGOTTATO.

il mappazzone infagottato è un piatto che non può mancare, almeno mensilmente, sul desco delle cuoche più cialtrone.

è difficile dare ordine e quantità agli ingredienti: il mappazzone risulta ogni volta un po’ diverso, perché il mappazzone contiene quel che c’è nel frigo in quel momento, insieme a qualche ingrediente fisso.

INGREDIENTI FISSI:

-carne macinata q.b.

-salsiccia, altrimenti detta salciccia al nord e sarciccia più a sud (con o senza finocchio), q.b.

-pane inumidito con latte q.b.

-olio q.b.

-cipolla q.b.

-carota q.b.

-sedano q.b.

-uova q.b

-pane grattugiato q.b.

-parmigiano q.b.

-sale q.b

-pepe q.b.

-pasta sfoglia, un rotolo

INGREDIENTI LIBERI

tutto quello che si vuole: cubetti di pancetta, sopravvissuti alle lusinghe delle uova all’occhio di bue cucinate la sera prima; verdure non completamente avariate; formaggi privati della cortina di muffa, dovuta alla giacenza annosa in frigo perché sbadatamente caduti in oblio, nascosti dal barattolone di cipolle in agrodolce di nonna augusta, pace all’anima sua; noci pistacchi e cocktail di noccioline varie, avanzo del pranzo natalizio, (soprassedete solo se notate il cartellino con il prezzo espresso in lire); cose sconosciute ma edibili, di quelle che ognuno di noi possiede ma si guarda bene dal dichiarare in pubblico.

tutto insomma, vale tutto!

perché il mappazzone è accogliente e democratico!

PROCEDIMENTO

in una casseruola antiaderente e pulita, fate rosolare un soffritto di cipolla, carota e sedano (lavati), tagliati a cubetti. appena le verdurine risulteranno appassite, aggiungete la salsiccia e cuocete a fuoco vivace. incorporate la carne macinata e lasciate andare il mappazzone fino a quando non sarà sufficientemente scottato.

toglietelo dalla casseruola e infilatelo in una pirofila.

lasciatelo raffreddare e aggiungete uova, pane inumidito con il latte, e parmigiano. aggiustate di sale e di pepe.

indossate un grembiule (pulito ma non stirato), rimboccate le maniche fino al gomito, e cominciate a lavorare a mano libera (naturalmente pulita). mentre lo si smandruca, il mappazzone deve sfrucugliarsi tra le dita, emettendo il tipico verso del mappazzone lavorato, (un suono simile a quello che si percepisce quando lo stivale di gomma rimane impantanato in una buca fangosa e finalmente, con grande fatica, lo si riesce a estrarre. quel freschsgueshsfrushhhhhh di vittoria, insomma).

a questo punto potete nascondere tutti gli avanzi del frigo, di cui ritenete di potervi disfare, nella struttura base del mappazzone. l’importante è che il composto risulti umido ma non bagnato, solido ma morbido. aggiungete quindi, alla bisogna, latte o pane grattugiato seguendo il buon senso, che vi porterà ad ottenere un mappazzone perfetto, ossia compattato in lungo più che in largo, una specie di oloturia di mare, tanto per spiegarci.

nel mentre, con la terza mano (anch’essa ben pulita), che conservate tra le scapole per i momenti più ostici dell’esistenza, srotolate la pastasfoglia su una placca ricoperta di carta antiaderente.

con la forza del pensiero accendete il forno statico, e portatelo a 200°. ricordate di tenere sempre a bada il mappazzone, che nel frattempo starà prendendo vita propria, sbirciandolo con la coda dell’occhio e al bisogno, minacciandolo con un cucchiaio di legno. il mappazzone ama sentire la voce del padrone, ma non lesinate sui complimenti, il mappazzone è molto sensibile: “come ti trovo bene mappazzone, mi sembri proprio in forma questo mese, non dimostri neanche i tuoi (putridi) ingredienti!”.

a questo punto infilate le mani sotto al corpo del mappazzone e sollevatelo al cielo salutandolo come il figliuol prodigo ritornato dall’esilio. ponetelo senza indugio nella calda coperta di sfoglia, che occulterà lo scempio, e avvolgetelo avendo cura di richiudere con perizia i bordi della pasta.

le più creative potranno cimentarsi in qualche scultura ottenuta con gli scarti di pasta, da apporre sopra al mappazzone a mo’ di guarnizione. personalmente ho optato per un piccolo bouquet di rose che lo fa sembrare un altare (qualcuno mi ha fatto presente che forse somigli più a una bara, ma quella è solo questione di visoni ancestrali, assolutamente personali e soggettive, quindi la mia idea è ognuno ci vede quello che vuole, come nelle tavole del test di Rorschach).

Volendo, potete anche spennellare la superficie del fagotto del mappazzone col rosso d’uovo o con del latte, per fare aderire noccioline avanzate (magari ne avevate in quantità industriale e scadute da poco) o becchimi vari.

qualcuno ha adombrato l’ipotesi che all’estetica del mappazzone, e alla secchezza di fauci che spesso consegue al trangugio di fette in numero maggiore di mezza, gioverebbe una fasciatura dello stesso con verdura vagamente ricca di acqua, come spinaci o foglie di verza o boh…

fatto sta che una volta che il mappazzone risulta ingavonato all’interno della sfoglia, il peggio è fatto.

a questo punto infornate, ma solo se la temperatura avrà già sfiorato i 200°. tenetelo al caldo fino a quando non vedrete la coperta del mappazzone cambiare di colore e assumere un caldo color tortora. solo allora mappazzone infagottato sarà pronto.

se invece vi dimenticherete del mappazzone, abbandonandolo a lungo in forno a causa della telefonata di un’amica logorroica, probabilmente lo ritroverete  completamente brunito, e dovrete cassonettarlo. ma il rimedio a tale inconveniente è presto svelato: una bella confezione di sofficini, gusto pizzaiola, che provvidenzialmente terrete in bella vista nel freezer per le emergenze (leggi tutti i giorni del mese tranne cinque: le quattro sere della cerealata e il giorno del mappazzone), salverà il pranzo domenicale.

se invece tutto sarà andato sorprendentemente per il verso giusto, estraetelo e adagiatelo con cura sul vassoio da portata del servizio buono: il mappazzone esige il meglio.

servitelo a fette, con tanto, tanto, tanto buon vino che permetta una discreta discesa verso lo stomaco. buon fortuna!

ah, dimenticavo: pare che il mappazzone infagottato risulti sapido e gradito al palato. mi hanno assicurato che neanche quelli di milano ristorazione lo sanno fare così!

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web

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9 thoughts on “Liberiamo una ricetta: il mappazzone infagottato di Paoletta

  1. Sforz ha detto:

    La serietà, ingrediente principale in ogni Cucina, viene facilmente spodestata da questa pazzesca preparazione, tra le più divertenti ed incantevoli ch’io abbia mai letto. La Fantasia Di Paoletta, libera di vagare tra pentole, il suo frigorifero, (dotato d’una pazienza ammirevole, nel cercare di conservare disperatamente gli alimenti più disparati) e i fornelli, rapisce per la sua innocente ma determinata voglia di cucinare (rifilare) tutto ciò che si possa trovare al suo interno. La presentazione fotografica, sia prima che dopo l’avvenuta cottura del Mappazzone, appaga l’occhio in maniera più che soddisfacente, provocandomi acquoline degne dei Cani di Pavlov..(e senza campanelli di sorta!). Da cuoco modesto qual io sono, non posso che inchinarmi di fronte a cotanta abilità preparatoria, così deliziosamente presentata. Un plauso sincero e commosso vanno a questa Libera Ricetta, invidiandone lo spirito e lo splendido senso dell’umorismo.

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