Una storia buffa

Questa storia me l’ha raccontata un signore tanto tempo fa, mentre aspettavo alla fermata del 6 barrato; pioveva e dalla  pensilina bucata passava qualche goccia gelata e il bianco delle nuvole.

Stavo pensando che alcune volte il colore fucsia ha un odore troppo forte e quando l’ometto si è seduto nemmeno me ne sono accorta.

“C’è vento oggi, chissà come si vola bene”. Lì per lì mi sono spaventata, la voce mi sembrava un po’ verdastra, una specie di kiwi troppo maturo, poi quando l’ho guardato negli occhi ho sorriso: li aveva dello stesso colore di nonno Davide, pungenti e celesti.

La curiosità riguardo la tecnica del volo è rimasta un po’ nell’aria, lui si guardava intorno distante, soprattutto in alto verso le cime degli alberi, in cerca di un appiglio per la vista; quando l’occhio si è appoggiato su un comignolo fumante, ha deciso di proseguire.

“Conoscevo una volta una banda di strani personaggi; non più alti di un cespuglio, alati e con le orecchie piccole e tonde. Volavano e basta, spingendosi tanto in alto col bel tempo dei giorni ventosi, scendendo in picchiata per giocare, restando sempre sospesi nell’aria; a malapena riposavano qualche ora, appesi ad una nuvola o a qualche palloncino volato via, rapiti dal solletico alla pancia e dalla strana consistenza della gomma. Sapevano solo volare, sfrecciare sopra il sole lontani dalla terra.

Poi un giorno, per errore, uno di loro strisciò contro una guglia di una montagna, e si accorse di avere attaccati sotto di sé due strani bastoncini che si potevano allungare: allargò l’ala e stirò la zampa. Che ridere. Sbattere le ali, muovere i piedi: chissà se si poteva fare altro? Fa male il blu? Reggono queste propaggini ridicole? Puntano verso il basso, che razza di diavoleria sarà? Non mi servono, che ci stanno a fare?

Alto. Basso. Io volo, non so fare altro. Forse.

Nascosto dal rosa del tramonto, quel personaggio strambo osò sfidare l’ignoto: si posò, spaventato, al centro di una radura. Tremò atterrito al pensiero di affidare la sua stabilità a quei cosi secchi e tremolanti, mai utilizzati e nemmeno conosciuti. Prima di chiudere le ali provò un brivido, e da quel giorno scoprì la voce gorgogliante di un  torrente, la morbidezza del verde smeraldo, il calore della sabbia d’estate.

Poi io ho dovuto cambiare casa, c’erano troppi colori che mi facevano male, avevo un indaco pesante e non capivo più il mio ocra; mi sono allontanato da quella radura rosa, ho perso di vista quei tipi eccentrici. Però penso a loro ogni giorno, quando c’è vento sono certo che siano più in alto delle nuvole a gridare ridendo. Mentre alcuni di loro restano soli a scoprire la meraviglia di cambiare”

Presi mal volentieri l’autobus quel giorno, sicura di aver perso il mio modo per imparare a volare.

8 thoughts on “Una storia buffa

  1. Ho pensato spesso a questo post in giornata e mi sono chiesta se volare, sia meglio che avere i piedi per terra.
    Ma io sono una “pesante”, a volare in effetti non ci ho mai pensato troppo.

  2. Di solito nelle storie l’aspirazione è sempre nell’ascesa, nel volo.
    Qui il cambiamento è verso il basso, e non per questo peggiore, anzi.
    Insomma il bello sarebbe il cambiamento in sè. Me piasce…

    Ascolta io sarò storditerriam oltre che nicchiona ma ti ho spedito via mail la candidatura per i nicchioni ma mi dice ceh l’indirizzo è sbagliato luciebast@gmail.com. Ho tentato più volte, vabbè.
    Non è che avete bisogno di una stordita con pochi ma fedeli (e ben pagati) lettori?
    Giuro che l’ultima volta che ho ricevuto una richiesta d’ inserimento pubblicitario circolava ancora la lira.
    In tal caso il mio blog è questo: http://susibita.blogspot.it/.

    Buona giornata, a presto!

    Susibita

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