Machiavelli mi fa un baffo

Comprendo bene che coltivare i sogni può essere una delle poche boe che tengono a galla in una vita brutta, o anche solo normale.

Certamente avere un angolo nel cuore in cui far crescere speranze corroboranti è tipico della nostra specie, che non saprà volare ma in quanto a immaginazione dà la pezza a tutti gli altri animali. Intendo dire che è bellissimo sperare di diventare un grande chef guardando le trasmissioni della Clerici, oppre immaginarsi alla coppa del mondo di calcio solo ascoltando Caressa o la D’Amico, o partire ipoteticamente per cambiare vita semplicemente con un documentario di National Geographic.

Quello che mi spaventa invece è la facilissima scivolata dentro un’armatura che ti porta a diventare il tuo sogno. Ho incontrato persone che erano grandi pittori o musicisti o scrittori, solo per averci provato; e non valeva nessuna rimostranza e neppure il tentativo di riportarli alla realtà, per aiutarli a ritrovare le giuste prospettive.

Quanto è sottile la linea che separa la grinta dall’ottusità? Chi decide quando è ora di smettere di fare come il moscone contro il vetro? Come comprendere il canale giusto per riversare le nostre energie?

Sto vagamente trasformando questo post in un corso di auto difesa psichica: il prossimo passo sarà quello di invitarvi tutti ad un seminario tenuto da me, in cui ci abbracceremo forte e grideremo a tutti “io mi amo, amami anche tu”

Comunque volevo arrivare ad un punto, che non si pensi che divago.

Ci sono dei libri che dopo l’ultima pagina lasciano una sensazione meravigliosa, che racchiude estetica, stile e emozione. Poi, alcune volte, succede che per caso incontri autori che lasciano senza parole, che non ti spieghi come possano aver scelto accostamenti o termini o costruzioni così meravigliosamente artistiche. Quelle cose che vuotano la mente, che non ti vengono le parole per descriverli, mostri, geni.

Ecco, volevo dire: poi uno come fa a pensare di scrivere bene quando ha letto uno che scrive così?

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