Quello che “io sono diverso”

Vedi tu se io devo scrivere un solo post a settimana.

Che poi l’ultimo non è che avesse un argomento proprio SEO eh, ma oramai da brava nicchiona io col SEO ci faccio la cheescake.

Se ci penso mi rendo conto di una cosa: quando non scrivo va tutto bene, una specie di niente nuove buone nuove (mah, sarà che questo adagio dica giusto, a me pare che niente notizie potrebbe pure significare che son morta -aridaje-). Comunque, andiamo avanti.

In effetti tutte le volte che mi viene un pensiero che potrei trasformare in post poi subito ho altro da fare, e il pensiero resta lì nel pensatoio come un filo di mucillaggine sopra il mar adriatico (ottima figura, devo dire che per attirar lettori sono proprio un genio)

Ho trovato un foglietto di appunti dove credo mi riferissi alla famiglia; ora che ci penso pensavo alla famiglia diversa, quella non tradizionale. La domanda successiva sarebbe: cosa vuol dire tradizionale?

Vuol dire madre-padre-due figli. Sicuri? Allora vuol dire che stanno tutti sotto lo stesso tetto. Sicuri? Allora significa che sono riconosciuti dalla legge? Sicuri.

Lamadosca, qui non siamo sicuri di niente.

Ora parto da quella che è la mia di famiglia.

Origine: mio padre-mia madre-due figlie femmine. Anni 70. Sposati, coabitanti, col mutuo, un lavoro fisso, una casalinga.

Attualità: io-il socio-la gioppina. Coabitanti a tratti, non sposati (uno nemmeno divorziato, per la verità), due lavori dipendenti, un mutuo.

Rido, resta costante solo il mutuo. E l’amore.

Cioè i miei erano una famiglia tradizionale e noi siamo una famiglia diversamente onesta (nel senso che non siamo legalmente riconosciuti). Però se devo trovare dei parallelismi li trovo eccome; c’è l’impegno di stare insieme, c’è l’impegno del mutuo, c’è l’impegno di tare su i figli sereni. Impegno.

Quello che volevo dire è che molte delle famiglie di oggi, che sono scalucche e senza bolla per tanti motivi, alla fine dei conti vivono una vita molto tradizionale. Cenano insieme, fanno la spesa insieme, si ritrovano insieme sotto lo stesso tetto con i figli che non hanno lo stesso sangue al 100%. Si amano.

Mi fa specie pensare che necessariamente un nucleo che non si ritrova nell’inquadramento di legge debba essere rappresentato esclusivamente come composto da due mamme o due papà, oppure da un tugurio osceno, oppure da individui dissociati e derelitti. Cioè per trovare quella rappresentazione lì possiamo guardare anche dentro le case degli anni ’60, per dire (o dentro alcuni appartamenti dei Parioli, anche).

Volevo dire che non è vero che la pubblicità sbaglia, secondo me sbaglia la mente delle persone perchè si crea subito un muro di difesa da quello che è diverso. Il senso dell’appartenenza è importante, anche per quelli che dicono “io non mi ci ritrovo negli stereotipi” e corrono a crearne altri più utili allo scopo.

Mi sa che la cosa migliore è sempre aprire le braccia e accogliere; accogliere il diverso ma anche quello che è uguale, così ci litighi per bene perchè si vuole avere ragione tutti e due dicendo la stessa cosa.

Litigare fa bene, basta che dopo si fa la pace. Col mutuo o senza, basta l’impegno.

mare

8 thoughts on “Quello che “io sono diverso”

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