La grande bellezza

Ricevo dai miei amici di rete dei contributi interessanti, da pubblicare qui sul mio piccolo spazio. Leggo articoli bellissimi che farebbero impallidire molti sedicenti giornalisti professanti professionalità, perciò pubblico qui In mezzo al mar questo pezzo di Silvia, ex buona cinefila -come si definisce- che esterna sul film più discusso, approfondito e seviziato di tutta la storia del cinema, soprattutto da quelli che non l’hanno visto. Buona lettura.

Per essere un intellettuale figo (e ce ne vuole per usare le parole “intellettuale” e “figo” nella stessa frase) bisogna scrivere de La grande bellezza fuori tempo massimo, quando tutti hanno già detto tutto (così puoi contraddirli) e, possibilmente, quando l’argomento sta sfumando verso il dimenticatoio.

L’altroieri ha scritto Cotroneo qui. Fatevi due conti su come mi considero io.

Ero quasi tentata di scrivere due righe su La vita è bella, per essere ancora più fuori termine.

L’articolo di Cotroneo è la roba apparsa in rete più anti-SEO degli ultimi anni, una di quelle che finisce indicizzata su Google solo perché la si trova cercando Cotroneo o LGB. Per questo è la critica migliore che abbia letto: è un articolo lungo (che si sa, sul web è un difetto…), complesso, dotto, autocompiaciuto e anche un po’ pesantino. E niente… non riesco a non considerarli pregi, ma deve essere un problema mio.

Ora che Cotroneo ha detto tutto, posso dire anche la mia (ehhh, sì! Se ne sentiva il bisogno). Così chiudiamo qui finalmente l’argomento “film italiano che ha vinto l’Oscar”.

Finalmente qualcuno si è accorto che LGB NON è un film su Roma. Ma ci voleva tanto a capire che quella NON è Roma? Non dico quelli che vivono altrove, ma voi romani: vi sembra Roma quella? L’avete vista? Bella come una dèa, avvolgente come un’amante, protettiva come una madre. Con le luci più affascinanti del creato. Compagna e sorella di tante vite.

Non è Roma. Roma è un’altra cosa: Roma è sporca, caotica, mal tenuta, lasciata a se stessa, disfatta, male amministrata, allo sbando.

Questo film non è ambientato a Roma. Non nella mia e nella vostra Roma. E’ ambientato nella grande metafora di Roma, che comprendi solo se qualche volta, anche solo per degli attimi l’hai sentita dentro di te. Solo se hai costeggiato la mattina presto il Circo Massimo e hai visto le luci morbide sui mattoni del Palatino. E per un attimo hai sentito qualcosa di troppo grande per essere comprensibile. E poi se sei passato frettoloso per i vicoli di Trastevere affollati e pieni di brutti ristoranti, ma per un istante hai visto un particolare che non sai neanche identificare, un fregio, una fontanella, che ti ha ricordato che in quei vicoli abbiamo sempre riso della morte, sono migliaia di anni che ridiamo della morte.

LGB, come dice Cotroneo, poteva esistere solo nella metafora di Roma. A quel punto raccontava già una storia: una trama non serviva più.

LGB ha dei pregi banali.

E’ un film da vedere. Da riempirsi gli occhi, da guardare nei dettagli. E non parlo (solo) degli sfondi romani (perché, ricordiamolo ancora, quella NON è Roma), ma anche delle rughe del sorriso di Servillo, delle occhiaie di una Ferilli che ha i suoi 50 anni, della bruttezza eccessiva della “Santa”.

Da quanto tempo un film italiano non era così pieno di cose da vedere?

E’ un film metaforico, ma di una metafora comprensibile e interpretabile a piacere. Solo alla seconda visione del film ho capito che l’assenza di trama era la sua trama: era necessaria per staccarsi da quelle tramette provinciali di troppo cinema italiano degli ultimi due decenni.

Non è un film elitario: anzi, è popolare è “per tutti”. Non ha la puzza sotto il naso, manca di concetti complicati e quindi arriva diretto a chiunque. E’ gentile con gli sconfitti. E’ duro e sarcastico con i presunti vincenti. E’ satirico alla maniera latina. E’ crudele. E’ molto dolce. E’ divertente, pieno di battute eccellenti, che non hanno bisogno di essere difficili.

Ecco perché è ambientato in una Roma metaforica: perché Roma è ESATTAMENTE così. E’ la scenografia perfetta, perché non è solo sfondo, ma è una delle attrici protagoniste, che spiega tutti i significati del film.

E’ un film sul perdono. Quasi un film religioso. Solo chi cade, si rialza. Anche nelle sue molte morti.

E’ un film che porterà a Roma qualche migliaio di americani in più. E anche se, da romana, i turisti li snobbo e li mal sopporto (ma no, è solo una posa: a noi i turisti mettono allegria!), sono felice per i troppi commercianti romani, asfissiati da una crisi vera e tangibile e da troppe amministrazioni comunali incompetenti, assenti e colpevoli. Prendetevi le mance, ma per favore vendete buone cose, buon cibo e belle stanze pulite. Ovviate col vostro lavoro alle carenze che inginocchiano questa città.

Ha anche dei difetti.

E’ #troppofelliniano: nani, maghi e saltimbanchi, giraffe, altalene, persone vestite di bianco, fontane e fontanoni. Uno sproposito di citazioni. Ma, come ha detto l’ottima Lucia –io NDR- #premessochenonhavistoilfilm, che male c’è? Ho detto #troppofelliniano, mica #troppomucciniano!

E’ statico, lento. Sì, ma dove vuoi andare? Sei dentro la metafora. Nella metafora non si corre mai, non hai mica una meta.

E poi ha vinto l’Oscar. L’Oscar degli ammerregani. Nessun intellettuale degno può vincere l’Oscar. Eccheccà!

Quindi, ripetete con me: “La grande bellezza è un film in cui un uomo vestito molto bene passeggia pensando frasi e non è ambientato a Roma”. Ora sapete tutto, potete andare.

Ah! Dimenticavo! Vi è piaciuto? Ma certo che vi è piaciuto. Per il solo fatto che stiamo parlando di arte invece che di politica, costume e società. Da quanto non capitava!

la grande bellezza

5 thoughts on “La grande bellezza

  1. Ok, a questo punto posso pensare di provare a guardarlo.
    Solo dopo averti detto grazie: “che comprendi solo se qualche volta, anche solo per degli attimi l’hai sentita dentro di te. Solo se hai costeggiato la mattina presto il Circo Massimo e hai visto le luci morbide sui mattoni del Palatino. E per un attimo hai sentito qualcosa di troppo grande per essere comprensibile.”
    Io a Roma sono stata tre volte. Troppo poche per poter dire di conoscerla. Troppo poche per sentirmi ‘romana’. Ma io quel qualcosa l’ho sentito, tutte e tre le volte, giuro. La prima è stata all’EUR, alle otto della mattina del 1° dell’anno, solo io, il mio ragazzo, il vento freddo e un cane nero. E un sacchetto di plastica tormentato. La seconda in un retrofiume colorato di spazzatura (che certo non sarà stato ripreso nel film). La terza in una viuzza di Trastevere, in una Roma di panni stesi e vento e sole e gelati e profumo di buono.
    (A rileggerle son metafore anche queste.)
    Troppo poche. Devo tornare a Roma.

    (Lu’, quanto mi stai diventando SEO coi titoli tu)

  2. Sono straarcid’accordo. A me è piaciuto un sacco, è stato come leggere una bella poesia. Una poesia non è un romanzo, non sempre si capisce la storia che c’è dietro. La poesia è come la musica, può essere bella o brutta, piacere o non piacere ma se ti emoziona, di per sé, è già difficile considerarla brutta.
    E lungi da me avere atteggiamenti snob da critico che ne sa, ok? Gli unici DVD che compro sono quelli dei superereoi.

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