Cromoterapia

Ridipingo tutta casa, a Pasqua come da migliore tradizione catto-popolare.

Raccontare in prima persona singolare è sbagliato, in realtà quello che faccio io è delegare e subappaltare; l’imbianchino è un ragazzo giovane, con due femmine piccole. E’ preciso, lavora con cura, appassionato.

Tutto colore, lascio pareti bianche solo dove arriva poca luce: sento la necessità di illuminare gli angoli foschi della mia casa e della vita, ho deciso che le scelte monocromatiche non fanno per me. Passi anni e anni a convincerti che il nero è fine e non impegna, fai passi da gigante a farti piacere il bianco come stile di vita: e poi arriva un giorno in cui ti accorgi che erano solo bugie.

La realtà è che io sono colorata, anzi ho talmente tante lunghezze d’onda addosso che il più delle volte escono fuori abbinamenti strani e stridenti.

Mi sembra di essere verde acqua quando dormo, mentre la generazione discendente è decisamente verde pisello. Le ore di rilassamento e lettura mi trasformano in una salamandra carta da zucchero, che quando sale sul soffito si scurisce un pò. Poi magari uscendo da casa posso diventare anche viola oppure ocra, ma quello dipende da quali persone incontro.

La cosa più bella è che quando cucino sono arancione, quasi fosforescente: infatti ho scelto proprio quel colore lì da abbinare alla stanza che amo più di tutte, quella che ospita i compiti della figlia (perchè esiste il suo studiolo, ma molto spesso rimane vuoto, a ognuno il suo non-posto). In cucina invito le mie amiche, tisana allo zenzero e chiacchiere pesanti.

C’è un solo modo per prendere in mano i propri giorni: ri-colorare le pareti di casa. Scegliere, scartare, vedere quello che ancora non c’è, abituarsi all’idea che niente dura per sempre, prendere una via sconosciuta, spostare i punti di riferimento, riordinare.

La nuova stagione, le promesse ammiccanti del tempo, la smania di guardare oltre: cambia se vuoi cambiare, nessun altro potrà farlo per te.

Piede

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Dieci aprile

Ieri ho fatto 800 kilometri in macchina in cinque, un pò ho anche guidato.

Quando sono scesa dalla macchina mi sembrava di essera alta 1.43 e i rumori che sentivo non provenivano dalla betumiera dei lavori in corso ma dai miei meinischi (lo so che non ho più menischi, ma loro no).

Sono entrata dentro una Università dopo molti anni e ho sniffato un pò delle particelle che sono sospese in quei corridoi, ho fatto pipì sperando di infettarmi con qualche batterio che ti fa ringiovanire e diventare più fiduciosa nel futuro (per evitare il resto ho spruzzato amuchina). Nel frattempo la Gioppina ronzava intorno ad una ventitreenne esplosiva pronta a spaccare il mondo dimostrando il linguistic landscape odierno, loro due hanno solo metà del sangue in comune ma l’amore è totale, quello che non ha bisogno di parlare.

In quel corridoio di attesa c’erano molti affetti diversi, c’erano anche due nonni senza nessun sangue in comune e sono quelli che hanno pianto di più (“mamma e smettila che sembra che ti è morto un parente e che avresti preferito stare al suo funerale”).

Ho fatto 800 km e non ho pianto nemmeno un pò, che non ho capito se fosse una paresi facciale oppure una sopraggiunta pace dei sensi -che a me mi fa paura perchè io sono sempre stata una sostenitrice della guerra-

Ti fai tutta quella strada, almeno due lacrime buttale giù. No, mi sono limitata ad un mohito e tre calici di quello dolce.

“Dottoreeee dottoreeee..dottore del bugio del cul, vaffancul vaffancul!!”

Parte un altro bastimento, con grazia e tanta forza: un figlio che si laurea è un passo avanti verso la vecchiaia, presa di coscienza un pò melanconica, con molto orgoglio e la certezza di aver fatto qualcosa di buono. Anche se il figlio non l’ho partorito io.

Dalle 5 del mattino alle 8 della sera: molte ore svegli, molto spazio percorso, molta famiglia allargata. Molto amore.

Eterna risorge sempre la speranza, come un fungo velenoso.

Charles Bukowski, Niente canzoni d’amore, 1990

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Sono molesta

Superata la soglia dei trenta ho cominciato ad avere problemi con le persone che si prendono molto sul serio, quelle che fanno un lavoro importante, chi fa in modo di essere indispensabile, chi è maestro di pensiero, i condottieri, le super entità, i capiufficio e le messe in piega.

Oltre i quaranta non reggo più chi è incapace di prendersi in giro.

Ammetto che la sindrome di Peter Pan possa essere fastidiosa, soprattutto -ovviamente- quando la si riscontra negli altri; ma io sto parlando di un’altra cosa: non credo sia questione di evitare di voler crescere, a mio parere diventa indispensabile saper ridere. Soprattutto di sè stessi.

E pensare che in giro è pieno di gente ironica, quasi tutti sono autoironici. Chi non è autoironico? Sei capace di comprendere l’autoironia?

Allora perchè mi viene la gastrite a guardarmi intorno? Mi pare di vedere solo individui così compresi di sè stessi e pesanti da morire. L’altro giorno una che aveva cucinato non so che di naturale mi ha detto che è proprio una questione filosofica avere l’impostazione vegana. Filosofia? Moralità? Porco cane, datti pace hai fatto un piatto con un prodotto che fra qualche mese ci diranno che è tossico, mica hai vinto il nobel per la pace. Un altro è senior manager della supercazzola digital core. Poi ho visto il responsabile flotta due ruote colorate e non voglio dimenticare il leader maximo della ristorazione casalinga: un sofficino, praticamente.

Grossi nomi che si danno grosse arie.

A me piace ridere, mi piace volare basso, amo la leggerezza e le risate. Voglio bene a tutti soprattutto a chi sa che tutto cambia, vorrei frequentare solo persone che capiscono l’importanza di cambiare, valutare la caducità di ogni situazione. Panta rei e tempus fugit: siamo tutti piccoli ruttini che il tempo fa dopo ogni pasto, c’è da star allegri a sapere che il nostro destino non abbia mangiato cipolla.