Digressione

Equilibrio

Foto 29-05-14 20 08 07Ieri ho letto questa frase: chissà se quando nasce una gemma l’albero sente dolore?

Ho pensato che ogni volta che mi sono sentita con il burrone oltre la strada poi la mia vita è diventata migliore e se devo trarre conclusioni dall’esperienza allora mi dico che, vabbè, c’è da stare male per cambiare.

Che è una teoria filosofica bilsacca: uno dovrebbe tendere a stare bene, perciò cambiare prima del dolore. E invece no, siam ben strani.

Ti accomodi nei tuoi giorni di una taglia più grande, così non tirano le cuciture. Ci stai bene, magari non è proprio la vita bella attillata dei tuoi gusti, magari avresti preferito un altro modello ma saresti dovuta stare in perfetta forma senza sgarrare mai. Ti dici che hai cercato la linea originale che ti faceva sentire unica, ma poi non hai tovato lo stilista giusto: allora ti sei accontentata di una vita da grande magazzino.

Robetta.

Costa poco, materiali di seconda scelta, dura poco.

Ogni volta che la indossi, poi la lavi, e la stiri, riattacchi il bottone, sbiadisce, diventa lisa: una vita fatta così non regge, poca spesa poca resa.

Si rompe. Sei nuda.

Hai voglia a cercare la colpa dal fabbricante, sei tu che hai scelto perciò ora trovati qualcosa da metterti addosso; e che sia roba buona, non fare lo stesso sbaglio di allora quando pensavi che il meno peggio fosse ancora una scelta possibile. Impegnati ora che hai imparato, ora che sai che è meglio una autobiografia scarna ma intensa ad una storia che scrivono gli altri, sebbene possa sembrare più ricca e interessante.

Fatti una vita su misura, intrecciando i filati migliori, sudando per il tuo prototipo.

Poi cerca un prato in estate, siediti ai piedi di una acacia e chiudi gli occhi: le cose vere da comprendere sono davvero poche.

Moderato con brio

Sole.

Sta arrivando eh, tutti pronti con le infradito in mano (senza dimenticare che vanno ai piedi). Dice che da domani arriva Hannibal -mamma che paura, ma non dovrebbe essere la bella stagione?- e dobbiamo stare attenti che il caldo ci soffocherà.

Soffocare coi piedi a mollo è meglio, perciò per schivare i contraccolpi io intanto mi butto a mare. Che se la vogliamo vedere come metafora è anche divertente: si salvi chi può.

Ricapitolando: gli effetti delle dure sessioni in palestra di questi mesi sono tre rotolini di pancia e un culo da urlo, quindi prenderò il sole solo stesa e mi abbronzerò la schiena. Per raggiungere il bagno utilizzerò un pareo col foro post atomico.

Non volevo parlare di estate, in realtà il cervello qualche minuto fa mi aveva mandato elaborazioni relative alla gita scolastica di mia figlia: una specie di tranvata socio-pedagogica sull’utilità di conoscere la differenza tra arbusti e alberi. Poi ho divagato sul suo futuro, l’università, i viaggi, poi se ne va e io mi trovo sola col socio a contare le crepe sul soffitto. Gira che ti rigira finisco sempre a pensare al tempo che passa.

Penso anche a cosa fare da grande, che mica ancora l’ho capito: sono indecisa se diventare una scrittrice (magari porno, che è una nicchia da esplorare) oppure dormire. Anche imparare a far treccine ai capelli potrebbe essere interessante, ci rifletto.

Prendo una tela, dipingo ghirigori inutili. Fan colore, qualcuno si chiede chi sono.

Grido ridendo, lascio evaporare qualche lacrima, digerisco ruttando e mantengo coerentemente i capelli fuori posto.

Non ho una freccia da seguire e al prossimo cartello deciderò se continuare in treno oppure salire su una bicicletta. Intanto mi stendo un attimo sul bagnasciuga, forse un’onda più lunga mi bagnerà i piedi.

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perseverare autem diabolicum #SocialFamilyDay

Ci ho pensato molto a quale titolo dare a questo post e si vede: i motori di ricerca faranno a cazzotti per mettermi in prima pagina. D’altronde ho avuto premura di rendervi partecipi più di una volta del mio metodo di scrittura e programmazione editoriale mintula canis quindi mi sembra coerente utilizzare ogni tanto il latino -che peraltro non ho studiato- per sottolineare l’alta cultura dei miei scritti. Torniamo a bomba. Venerdì e sabato c’è l’imperdibile Social Family Day che qualcuno chiama anche MammaCheBlog, appuntamento annuale organizzato dai quei grandi di Fattore Mamma, il cui staff riceve ogni anno un mese di ferie dopo la conclusione del sopra ciatato evento di raduno e studio fasianidi. Io sto appuntamento non me lo perdo, lo sanno tutti anche a casa, scuotono la testa con commiserazione quando si avvicina maggio e io inizio a controllare le previsioni su Milano. Fa niente, mi piace fare la cretina alle cene. Tra l’altro recentemente abbiamo avuto il piacere di notare l’apparizione di alcuni maschi, che si aggiravano impauriti in mezzo alla bolgia: c’è ancora tanta strada da fare ma sono fiduciosa che prima o poi la percentuale diventerà sostanziosa e interessante. Quello di quest’anno è il terzo SFD al quale partecipo ed ho maturato una certa esperienza. Giovanna ha esposto molto bene alcune delle caratteristiche di questo week end spumeggiante, Domitilla ha scritto dei consigli per le mamme blogger ma è una cosa che potrebbe dire anche a voce, anzi lo ha già fatto la prima volta che l’ho vista e io ci sono rimasta talmente tanto male da diventare verde come Hulk. Dopo qualche anno ho cambiato idea, lei ha ragione anche se parla da un altezza che qualche volta disperde i concetti più importanti. Ora io di mio vorrei aggiungere pochi punti che ritengo essenziali: -vai per vedere o per farti vedere? In ogni caso è necessario che tu ti esponga. Fà una domanda, mettiti un pantalone a righe, cambia i vestiti in maniera eclatante in mezzo alla sala ristorante, esponi i tatuaggi, qualsiasi cosa contribuirà a non renderti uno dei tanti. Ti vergogni o pensi che siano tutte cazzate? Stai a casa, questo posto non fa per te. -le blogstar sono esattamente fatte di carne e selfie come te. Non è vero che se la tirano, ma forse si. Tra l’altro utilizza il seguente metodo per eliminare la soggezione: immaginale sedute sul water nell’esatto momento precedente alla caduta del loro smart phone dentro la tazza. Non è spassosa la cosa? -sorridere, sempre comunque. Siamo tutti sulla stessa barca, una gran sbatta per ottenere solo pacche sulle spalle. Perciò vale la pena avere la felicità di incontrare molte persone, mangiare gratis, prendere le cose più divertenti della giornata; non arrabbiarti con chi entra nel network,  non pensare mai che loro sono solo raccomandati, non intristirti dietro i risultati che tardano a venire. Metti passione, grande qualità e leggerezza in tutto quello che fai, blog (e)o vita. La diretta conseguenza del punto esposto sopra è: -se dovete parlare male di qualcuno usate i gruppi segreti di FB. Come? Non parlate male di nessuno e tutti vi vogliono bene? Tsè, come me. -di blog non si vive. Cioè forse si, due persone su trentamilioni, quindi non sei tu. Per tutto il resto c’è un marito ricco o programmatore. Ci vediamo venerdì e sabato: io sono quella alta e coi capelli spettinati.

Salti e contrappunti

Mi sento come fossi un po’ tornata indietro o fossi andata avanti, un fast forward dislogico: io che viaggio da sola su un treno e scrivo e ragiono su cose decisamente lontane dalle mie abitudini.
Ho passato due giorni con il magone che non si capisce, quella sensazione di umore molesto e puzza di rancido, quella ruga sulla fronte che non ti capaciti da dove arrivi. Poi stamattina l’epifania: dovevo lasciare casa e lavoro per due giorni e quindi avvertivo un senso di colpa latente, il prurito sul collo della brava ragazza che scappa dal balcone per andare di nascosto ad una festa alternativa.
La sveglia presto, un caffè veloce e mi sono lavata la faccia: anche quella annebbiata della sera prima. Mi pare giusto darsi da fare per quello che ci piace e non solo per quello che è necessario: non di solo pane vive l’uomo, lo aveva detto qualcuno di famoso. Cerco i miei colori non solo le mie linee, ci sono da riempire gli spazi e non mi va di tenere un bianco e nero di facciata, non è questa la via.
“Beh se vai a fare una cosa che sogni da tanti anni credo che ti divertirai. Ma tu un libro lo vuoi scrivere mà?”
Bisogna leggere, leggere tanto, ho ancora tutta la vita davanti.