Anna

Anna era sempre uscita di casa la mattina molto presto: grigi tenui e celesti slavati a farle da sfondo mentre metteva il piede fuori dalla porta. Anche quando non era obbligata, i tempi in cui il lavoro non la cercava, lei si ritrovava ad aspettare fuori dal bar che la macchina del caffè si scaldasse per il primo espresso del mattino.

Poi la vita le aveva riservato tutta una serie di calendari con le pagine che corrono, la carriera che sedimenta e stratifica, una affannosa e costante ricerca di minuti in più, rubati alle ore di sonno e a molto altro ancora.

Poi basta, che così è troppo: Anna aveva detto che non voleva più svegliarsi presto, non avrebbe più scambiato saluti e sguardi con lo spazzino solo per correre dietro ad un altro volo interconitinentale.  L’annuncio in ufficio e la ristata sarcastica del suo socio le avevano ridato aria, le notti insonni erano finite, gettate come fogli di brutta copia accartocciati nel cestino.

Adesso si che era arrivata l’ora di riprendersi la notte, riprendersi lo spazio, rinnovare i fiori e cambiare le tende, dire parole rimandate e stinte. Cambiare le battute di una commedia senza mordente doveva essere facile, Anna con le parole ci aveva sempre saputo fare.

E invece: le rincorse ai treni già partiti finiscono bene solo nei film.

Si vive di abitudini, ce le facciamo calzare addosso come un maglione caldo, per non rimanere nudi; le camminate all’alba oramai trasformate da obbligo a necessità, insieme all’idea di travestire le rughe da armi di seduzione. Ora si, c’è più tempo, ma non c’è più nessuno a cui donarlo: uno scherzo divertente, se non fosse inesorabilmente la tua schifosissima vita.

Anna si specchia nella vetrina di quel bar ancora chiuso, si accende la sigaretta e guarda verso le nuvole chiedendosi che tempo farà: forse qualche gioccia di pioggia aiuterà a nascondere le lacrime.

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In divenire

Ci hai provato ad aprire il blog in questi giorni, l’idea era scrivere (ovvio) per appuntare qualcosa di te (ovvio) e non perdere memoria delle ore belle o tristi.
Solo che sei occupata a sentirle, quelle ore lì. E quindi i minuti per fermarle se ne sono andati via di corsa.

Ci hai provato a fotografare questa luce invernale, i gradi bassi del sole al mattino, le gocce e il vento che soffia. Hai fatto una foto al vento, è quella che ti è venuta meglio perchè avevi le mani gelate e il naso che cola, è quella che nessuno riuscirà a interpretare perchè il vento dentro un fotogramma non ci sta.

Hai provato a raccontare di tua madre, di lei bambina e della sua felicità di una notte di capodanno dentro un lettone con le altre cugine. Il racconto è finito dentro le tue orecchie e la tua testa e hai faticato a comprendere gli anni di solitudine dopo quella notte, realazioni piegate alla maldestra volontà di sua madre, inutile tentativo egoistico di aver ragione. Le parole vuote e dolorose che vanno a conficcarsi nel cuore, il racconto del rincorrersi di due donne, figlia che cerca la madre senza trovarla, l’egoismo di tua nonna e le continue recriminazioni, tua madre che ancora oggi cerca gli abbracci e le parole di conforto che oramai potranno arrivare solo dalla generazione successiva.

Ti ci sei messa d’impegno a descrivere le feste di fine anno, giorni pieni di felicità piccole che ti hanno travolto inaspettatamente. L’odore dell’arrosto, lo zucchero a velo che appiccica, l’assoluta pienezza di un sorriso sdentato. Ce l’avevi quasi fatta a scriverlo, poi hai pensato che fosse meglio annusare e allora le parole le hai esiliate dentro una palla con la neve finta.

C’era molta buona intenzione nella penna, c’è ancora; mettere in fila le priorità e correre a perdifiato, l’ovvio proponimento per ogni nuovo anno. Ci provi, ci riuscirai.

Scrivere è bellissimo, vivere è incantevole.

Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.
-Samuel Beckett

Mani

Di quando ho incontrato il fantasma di Hemingway (con foto)

No, se devo essere sincera non saprei proprio da dove cominciare a scrivere un libro, non ho la proprietà lessicale, non ho una vita drammatica, non sono costante. Io leggo, leggo e sogno; soprattutto sogno le vite degli altri, sogno di come si possa scrivere un libro meraviglioso, immagino il digrignar di denti e lo spargimento di sangue di un artista che compone la sua opera. Sono teatrale per definizione.

Teatrale nei gusti, poco raffinata e ricercata, mi lascio coinvolgere in grandi emozioni, me ne sbatto dello chic: se less is more io principalmente grido il mio piacere. Continua a leggere