Spezza l’inerzia

Lo dicevo da poco a qualcuno: non ho abbandonato il blog (purtroppo per voi), la realtà vera è che ho scritto tutti i post in bozza mentale.

Vago da uno stato psicotico di esaltazione stilistica -dioquantosonobravaperchènessunomicapisce- ad una presa di coscienza perfettamente ironica che mi traghetta alla conclusione “less is more-evitamo al mondo un altro post banalmente generalista”.

Il risultato è che scrivo fiumi di parole e li metto in stand-by, come gli elettrodomestici che, pur sembrando spenti, sono pronti per risolvere tutte le tue esigenze non appena tu ne senta la necessità.

Magari non risolvono tutti i problemi ma ti permettono di mettere in fila le cose, i post sul blog non gli elettrodomestici. Tipo: tu hai un pensiero grosso e ti pare che caschi il mondo. Passi giorni e giorni a cercare la soluzione, solitamente arrivi alla drammatica conclusione che tutto andrà a rotoli. Poi ti viene voglia di scrivere due righe, giusto per dare aria all’internèt e per vedere se le dita non si sono arrugginite.

Pensi a quello che è successo nei giorni precedenti, rifletti sulla posizione delle persone coinvolte, ti fai domande sulla malafede, visualizzi quanto coraggio sia necessario per ribaltare una vita. Piangi sul futuro, la vigliaccheria ti fa strepitare e sai che di fronte ai bambini sei inerme. Fai il conto dei feriti: spari diretti, lacerazione da taglio, ecchimosi leggera, pallottola vagante. Cuore pesante. Pesante. Ma…

In fondo il dolore non è che uno specchio in cui molte volte non hai il coraggio di rifletterti. Senti che sarebbe molto più bella una vita leggera e senza scrolloni sismici ma a volte non ti è concesso viverla, soprattutto perché hai instaurato delle premesse in una direzione già nota. Si, è vero, esistono dolori che vorresti evitare a chi ti sta accanto, ma le coincidenze non sono dalla tua parte. E allora alza la testa.

Fissa i paletti, fissa il passato e cerca di allontanartene. Alza la testa.

Raccogli le forze e buttati dentro la sofferenza, vivila e addomesticala. Alza la testa.

Prendi per mano i bambini, lasciali diventare grandi anche se serve bagnare la strada con qualche lacrima. Alza la testa.

Non cercare colpe, non puntare il dito: solo una situazione è senza via d’uscita, non questa. Alza la testa.

 

Questo è solo un post di un blog, la vita vera è da un’altra parte. Poi un altro giorno vi racconto del corso di vela.

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Dammi il tuo amore, non chiedermi niente

Mi sono comprata una maglietta strobo con un pappagallo colorato.

Non che ci sia nulla da spiegare, al mondo ci sono quelli che si comprano i google glass, per dire. Il fatto è che quando ho visto quel disegno mi sono immaginata a Woodstock con un cannone in mano (con dentro fiori, malfidenti). Poi ho pensato che potrebbe essere mia figlia settenne che probabilmente andrà ad una nuova Woodstock troppo a breve, e nonostante tutto la maglietta l’ho comprata.

Seguo le tracce come un segugio e arrivo ad accorgermi quanto lei sia ogni giorno più indipendente, non solo per fare cacca e pipì, ma (soprattutto) per pensare e sentire emozioni. Certo non sono necessari studi da Dr. Spock per capire, magari diversi bicchieri di Negroni per accettare. Perchè, nonostante i proclami da genitore moderno, io sotto il diaframma soffro il distacco (vedi come rivolto bene le teorie sociologiche?); non lo comunicherò mai a nessuno, soprattutto alla diretta interessata, che lei continuerà a sapere che deve girare il mondo (soprattutto il suo dentro). Solo che brutalmente io mi cago sotto al pensiero  di non averla preparata abbastanza.

Che poi chi lo paga un analista per anni?

Vorrei già essere ai suoi sedici anni (uh che canzone) per sapere e partecipare e litigare. Vorrei che fosse ancora la pallina treenne che ha iniziato la materna. Vorrei una cippa, non si può.

Intanto mi metto questa maglietta che significa vie alternative e disobbedienza e rivoluzione.

Quindi creazione, perchè la speranza mia più grande è che lei possa fare cose nuove e mai provate, pericolose ma fruttuose. Oddio che paura, starò lì come una vecchia che borbotta contro l’inesistente sobrietà dei giovani o -peggio- una chioccia che protegge il pulcino.

Mi sento più calzante l’immagine dell’ombrellone che protegge dal sole battente di Agosto. Sto piantata (così non faccio danni ad andare in giro, ingombrante come sono) e faccio il punto di riferimento. Ah ah, io che non lo sono nemmeno per me stessa.

Pappagalli colorati strobo, ce ne sono tanti figlia mia: prendili al volo, però magari cerca di avvisarmi prima che mi giro dall’altra parte.

 

perseverare autem diabolicum #SocialFamilyDay

Ci ho pensato molto a quale titolo dare a questo post e si vede: i motori di ricerca faranno a cazzotti per mettermi in prima pagina. D’altronde ho avuto premura di rendervi partecipi più di una volta del mio metodo di scrittura e programmazione editoriale mintula canis quindi mi sembra coerente utilizzare ogni tanto il latino -che peraltro non ho studiato- per sottolineare l’alta cultura dei miei scritti. Torniamo a bomba. Venerdì e sabato c’è l’imperdibile Social Family Day che qualcuno chiama anche MammaCheBlog, appuntamento annuale organizzato dai quei grandi di Fattore Mamma, il cui staff riceve ogni anno un mese di ferie dopo la conclusione del sopra ciatato evento di raduno e studio fasianidi. Io sto appuntamento non me lo perdo, lo sanno tutti anche a casa, scuotono la testa con commiserazione quando si avvicina maggio e io inizio a controllare le previsioni su Milano. Fa niente, mi piace fare la cretina alle cene. Tra l’altro recentemente abbiamo avuto il piacere di notare l’apparizione di alcuni maschi, che si aggiravano impauriti in mezzo alla bolgia: c’è ancora tanta strada da fare ma sono fiduciosa che prima o poi la percentuale diventerà sostanziosa e interessante. Quello di quest’anno è il terzo SFD al quale partecipo ed ho maturato una certa esperienza. Giovanna ha esposto molto bene alcune delle caratteristiche di questo week end spumeggiante, Domitilla ha scritto dei consigli per le mamme blogger ma è una cosa che potrebbe dire anche a voce, anzi lo ha già fatto la prima volta che l’ho vista e io ci sono rimasta talmente tanto male da diventare verde come Hulk. Dopo qualche anno ho cambiato idea, lei ha ragione anche se parla da un altezza che qualche volta disperde i concetti più importanti. Ora io di mio vorrei aggiungere pochi punti che ritengo essenziali: -vai per vedere o per farti vedere? In ogni caso è necessario che tu ti esponga. Fà una domanda, mettiti un pantalone a righe, cambia i vestiti in maniera eclatante in mezzo alla sala ristorante, esponi i tatuaggi, qualsiasi cosa contribuirà a non renderti uno dei tanti. Ti vergogni o pensi che siano tutte cazzate? Stai a casa, questo posto non fa per te. -le blogstar sono esattamente fatte di carne e selfie come te. Non è vero che se la tirano, ma forse si. Tra l’altro utilizza il seguente metodo per eliminare la soggezione: immaginale sedute sul water nell’esatto momento precedente alla caduta del loro smart phone dentro la tazza. Non è spassosa la cosa? -sorridere, sempre comunque. Siamo tutti sulla stessa barca, una gran sbatta per ottenere solo pacche sulle spalle. Perciò vale la pena avere la felicità di incontrare molte persone, mangiare gratis, prendere le cose più divertenti della giornata; non arrabbiarti con chi entra nel network,  non pensare mai che loro sono solo raccomandati, non intristirti dietro i risultati che tardano a venire. Metti passione, grande qualità e leggerezza in tutto quello che fai, blog (e)o vita. La diretta conseguenza del punto esposto sopra è: -se dovete parlare male di qualcuno usate i gruppi segreti di FB. Come? Non parlate male di nessuno e tutti vi vogliono bene? Tsè, come me. -di blog non si vive. Cioè forse si, due persone su trentamilioni, quindi non sei tu. Per tutto il resto c’è un marito ricco o programmatore. Ci vediamo venerdì e sabato: io sono quella alta e coi capelli spettinati.

Sono molesta

Superata la soglia dei trenta ho cominciato ad avere problemi con le persone che si prendono molto sul serio, quelle che fanno un lavoro importante, chi fa in modo di essere indispensabile, chi è maestro di pensiero, i condottieri, le super entità, i capiufficio e le messe in piega.

Oltre i quaranta non reggo più chi è incapace di prendersi in giro.

Ammetto che la sindrome di Peter Pan possa essere fastidiosa, soprattutto -ovviamente- quando la si riscontra negli altri; ma io sto parlando di un’altra cosa: non credo sia questione di evitare di voler crescere, a mio parere diventa indispensabile saper ridere. Soprattutto di sè stessi.

E pensare che in giro è pieno di gente ironica, quasi tutti sono autoironici. Chi non è autoironico? Sei capace di comprendere l’autoironia?

Allora perchè mi viene la gastrite a guardarmi intorno? Mi pare di vedere solo individui così compresi di sè stessi e pesanti da morire. L’altro giorno una che aveva cucinato non so che di naturale mi ha detto che è proprio una questione filosofica avere l’impostazione vegana. Filosofia? Moralità? Porco cane, datti pace hai fatto un piatto con un prodotto che fra qualche mese ci diranno che è tossico, mica hai vinto il nobel per la pace. Un altro è senior manager della supercazzola digital core. Poi ho visto il responsabile flotta due ruote colorate e non voglio dimenticare il leader maximo della ristorazione casalinga: un sofficino, praticamente.

Grossi nomi che si danno grosse arie.

A me piace ridere, mi piace volare basso, amo la leggerezza e le risate. Voglio bene a tutti soprattutto a chi sa che tutto cambia, vorrei frequentare solo persone che capiscono l’importanza di cambiare, valutare la caducità di ogni situazione. Panta rei e tempus fugit: siamo tutti piccoli ruttini che il tempo fa dopo ogni pasto, c’è da star allegri a sapere che il nostro destino non abbia mangiato cipolla.

Tradire è un po’ una primavera

venezia-1775

Quando ho aperto l’editor del blog stavo dibattendo tra le sinapsi (e contro le inoppugnabili ragioni del socio) l’argomento matrimonio e corna, anche se come sempre avevo in mente di scrivere di ciccia, amore e lentiggini. Certo il discorso tradimento non vale solo per il matrimonio, si allarga ai rapporti stabili (o meno), alle amicizie, ai parenti e quindi val bene un post in mezzo al mar.

Metti che hai una storia che dura da tempo, tra alti e bassi va avanti e ci conti proprio. Metti che capita un fatto di corna in mezzo, tua o sua non fa niente. Metti che non si possono ricomporre i pezzi e la storia duratura finisce.

Fatte le premesse generiche ora passo al dibattimento, che mi sta a cuore, e lo faccio da punto di vista femminile ma non è punto di vista esclusivo.

Posso comprendere che una relazione matura crei delle dinamiche e delle abitudini che a lungo andare danno assuefazione, ovvero hai tutta una serie di quotidianità che possono darti un sostegno (effimero ma) sostanzioso, un uomo su cui contare e a cui affidarti. Capisco anche che è una difesa automatica (conscia o meno) pensare che tutto vada bene, non sentire gli scricchiolii, non essere femmina, non mettersi in discussione. E’ tutto comprensibile ma per me ingiustificabile.

Non giustifico chi al momento della frattura inizia la caccia selvaggia al colpevole. Non è giusto sorprendersi, è solo un pretesto. Non va bene guardare fuori l’intimità del rapporto, chiamare i testimoni a deporre e cercare un sostegno: è di nuovo alibi. E’ drammatico ancorarsi alle persone e agli affetti che ci sono in comune, ai figli e ai parenti, come fossero boe di salvezza anzichè delicate presenze da salvare.

Non si è lucidi, questa l’unica motivazione che posso comprendere. Ma alla razionalità bisogna tendere, e prima arriva meglio è per tutti: per chi tradisce, per chi è tradito, tanto tutti soffrono.

C’è possibilità di ricominciare sempre, fino che non si muore. Certo sarà necessario qualche cerotto, si camminerà un pò zoppi e nemmeno tanto eretti, ma comunque saranno passi in avanti. Pensare che non ci sono colpevoli, alzare la testa, un piede avanti all’altro e via.

Ogni errore umano merita venia. (Tito Livio)

Questa è una lista

Cose che vorrei fare adesso o entro le prossime dodici ore:

-ingurgitare una quantità spropositata di dolci di carnevale. Ho una preferenza per castagnole e cresciole marchigiane, ma non disdegno anche altro a patto che sia 1)ipercalorico 2)fritto 3)vergognosamente antisalutistico

-passeggiare a piedi nudi nel parco. Quello centrale. Centrak Park

-prendere con due mani la testa di mia nipote novemesenne, avvicinarla al mio viso e inspirare forte

-mettere insieme un racconto breve, che possa trasformasi in racconto o romanzo

-non avere più bisogno di lavorare

-sesso trantrico per n.6 ore

-camminare. Sulla spiaggia col vento forte oppure in collina col sole che brucia la fronte.

-dire a mia madre che non è colpa sua. Forse un pò si, ma ormai non ci possiamo fare niente: ho più di quarant’anni e faccio molta fatica a comunicare i miei malesseri. Preferisco gridare le mie felicità (ok, confessarle sottovoce)

-dare dello stronzo a chi non ha capito un tubo della vita

-dare dello stronzo a chi copia la vita degli altri

-chiedere all’Anna perchè faceva così tanto la cazzona quando giocava

-una nuotata nella baia di Caio Largo

-sfondarmi di mojito alla bodeguita

-togliere quall’ombra nera dalla lastra di uno che conosco

-inventare il ricostituente magico e diventare molto ricca (o molto giovane)

-incontrare Steve Jobs e farmi raccontare del suo viaggio in india (magari ci facciamo una bevuta insieme all’Anna del punto sopra)

-comprare un biglietto del treno

-cantare insieme alla Gioppina

-mettere una parrucca e degli occhialoni e suonare i campanelli e scappare.

 

Adesso. O entro le prossime dodici ore.

Buon fine settimana.

 

La nebbia che si posa la mattina (io piango)

shutterstock_77522287Io piango sempre.

A posto, fatto il coming out, che è confessione solo per il lettori digitali visto che chi mi conosce di persona di certo non si è perso questa caratteristica così evidente della mia personalità.

Sta cosa mi disturba, lo confesso. Non parlo delle lacrime che escono copiose insieme al turpiloquio quando sbatto il mignolino del piede nella gamba del letto; io mi riferisco alle manifestazioni emotive più disparate.

Già in tenera età le caratteristiche erano evidenti; lo scontro con mio padre era sempre accompagnato da tono alterato e guance violacee e inondate di pianto. Versione nervoso parentale.

La mia carriera sportiva è costellata di pianti storici, che ci stanno quando perdi, ma ti rendono sostanzialmente una piagnona quando si sviluppano in caso di vittoria: ho tutte foto con gli occhi gonfi e le espressioni da cartone animato. Ma che roba.

Non parliamo poi dei casi di cerimonie varie ed eventuali.

Laurea della Franci? Pianto.

Battesimo del figlio della Fedi? Pianto.

Matrimonio della Lalli? Piantissimo.

Inaugurazione della cartoleria Becilli? Pianto. Taglio del nastro biblioteca comunale? Pianto. Lettura della commemorazione della Soha? Pianto. Prime tre pagine dei disegni della primaria sull’articolo 1 della Costituzione? Pianto.

Luci ho mollato mio marito che mi aveva messo le corna, però adesso sono innamorata. Pianto.

Luci hai voglia di scrivere per me, gratis? Pianto (forse non era commozione…)

Luci ti regalo una vacanza in sardegna. Pianto (bugia, ste cose non mi succedono)

Certo non posso parlarvi del fatto che mi commuova anche guardando film e cartoni animati, perchè tanto lo sapete che con alcuni finali si piange. Che ne so: Incompreso, Autunno a New York, Love Story, Bambi. Dai quei film li fanno apposta. Magari però è meno normale far scendere la lacrima con il bimbo che vede per la prima volta Jack Frost, oppure con Rapunzel che tocca il prato scendendo dalla torre. Magari.

Piango per le pubblicità televisive. Ossignor quella degli sportivi, ma anche quella con Matthew McConaughey…ah dite che non piangevo per l’emotività? Vabbè, comunque la lacrima c’è scappata.

E le recite scolastiche? Santiddio sono diventata lo zimbello della scuola (e prima della materna). I papà fanno le foto a me, poi mi chiedo pure l’autografo. Io mi metto a piangere già nella fase sgomitare-per-sedersi, quella a sipario chiuso dove devi superare un percorso massacrante tipo l’addestramento dei Navy Seals e riuscire a trovare un pertugio da cui si possa vedere lo spettacolo. Mi commuovo a pensare che i nostri bimbi crescono, diventano grandi e indipendenti, imparano le canzoni e i passi di ballo e…buaaahhhh.

Ieri sera guardavo la Carolina Kostner vincere il suo primo bronzo olimpico e le lacrime mi scendenvano abbondanti e incontrollate. Nel senso che proprio non mi sono accorta, beccata subito dalla settenne. “Mamma cosa fai, piangi?”

Oh figlia, piango, si piango. Tanto è da una vita che piango, oramai devo mantenere una certa reputazione, devo allenarmi. Mi vergogno, mi sento sempre la prefica della situazione, proprio io che certe manifestazioni esagerate non le ho mai comprese. Piango e un pò mi vergogno. Piango perchè sudo l’emozione fuori dal cuore, è una questione di igiene dell’anima: ho paura che a lasciarle stagionare certe tossine, possano diventare velenose , che magari fanno un tappo e poi mi viene la secchezza dell’essenza. Che mi sembra una malattia brutta.

Allora tra l’arsura dentro e l’umidità fuori scelgo la seconda: certo a volte fai brutta figura, però almeno non fa male a nessuno.