Rondini

Quando aveva deciso per il segno indelebile sapeva che sarebbe stato solo un simbolo, che niente avrebbe potuto spiegare la leggerezza della libertà che sentiva nel cuore. Le rondini sul braccio, il suo corpo come uno spazio solcato da ali veloci.

Come le rondini anche lei mai avrebbe potuto eliminare il senso di appartenenza al branco, la necessità di vivere insieme agli altri e dagli altri ricevere sostegno. Sapeva che da sola nulla è possibile, soprattutto non c’è altruismo e nemmeno la bellezza dell’aiutare.

Le rondini percorrono migliaia di chilometri, si allontanano da freddo e intemperie, scappano. Però poi tornano sempre, le vedi sotto il cornicione che mettono insieme il fango, maschio e femmina, per creare il nido. E quando scelgono un compagno rimane quello per sempre, anche se può succedere di guardarsi intorno e fare qualche volo, spregiudicato e breve.

Non c’è un comando che obblighi le rondini a stare insieme, è istinto, è la lunga evoluzione naturale; la sua famiglia era così: nessuna figura di diritto per regolamentarla, lontana dall’ordine della religione; solamente la decisione volontaria di due persone, l’amore profondo tra loro e per la loro figlia, passione e razionalità, impegno liberamente scelto.

Un cielo infinito da volare, un punto fisso a cui tornare.

Lei, come una rondine, volava lontano e poi tornava indietro: con quell’equilibrio imperfetto, faticosamente raggiunto, inevitabilmente instabile.

Tattoo rondini

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Digressione

e infine uscimmo a riveder le stelle.

Non guardare quando hai scritto l’ultimo post che poi ti viene in mente di fare i conti: uno, due, tre. Le dita si allungano e ti rendi conto che i mesi passati sono tanti, per essere un blog dove scrivi -come dicono tutti- un diario personale.

Che se fosse personale sarebbe riservato. E invece non lo è.

La pubblica ammenda è presto fatta: mi sono beatamente fatta i cazzi miei e non ho avuto bisogno di dirlo a nessuno. Diciamo che è un pò la catarsi del blogger in divenire: scrivere tanto di tutto e poi evolversi a tal punto che le avventure più belle le vivi, invece di raccontarle. Mi spiegava qualcuno che non c’è bisogno di sbattersi tanto, prima o poi le cose succedono, la cosa importante è rimanere lucidi e pronti abbastanza, accorgersi di quello che capita e re-agire.

Insomma, l’estate è stata pregna, cose belle e cose brutte; ed ho re-agito.

Ora torno a scrivere (poveri voi). Ho anche cambiato forma al blog, ogni tanto ci vuole: che quando molli le puzzette devi aprire le finestre. Per la cronaca il tema si chiama “sorbetto” che mi pare tanto carino e leggero e fresco -avanti con le associazioni banali.

Appunti sparsi:

-non scriverò un libro

-non sono piena di impegni

-non sono dimagrita

-non mollo

 

Focus on:

*la reazione a volte è più necessaria di un’azione

*la gente su internet vive di iperboli, perchè altrimenti non esiste

Spezza l’inerzia

Lo dicevo da poco a qualcuno: non ho abbandonato il blog (purtroppo per voi), la realtà vera è che ho scritto tutti i post in bozza mentale.

Vago da uno stato psicotico di esaltazione stilistica -dioquantosonobravaperchènessunomicapisce- ad una presa di coscienza perfettamente ironica che mi traghetta alla conclusione “less is more-evitamo al mondo un altro post banalmente generalista”.

Il risultato è che scrivo fiumi di parole e li metto in stand-by, come gli elettrodomestici che, pur sembrando spenti, sono pronti per risolvere tutte le tue esigenze non appena tu ne senta la necessità.

Magari non risolvono tutti i problemi ma ti permettono di mettere in fila le cose, i post sul blog non gli elettrodomestici. Tipo: tu hai un pensiero grosso e ti pare che caschi il mondo. Passi giorni e giorni a cercare la soluzione, solitamente arrivi alla drammatica conclusione che tutto andrà a rotoli. Poi ti viene voglia di scrivere due righe, giusto per dare aria all’internèt e per vedere se le dita non si sono arrugginite.

Pensi a quello che è successo nei giorni precedenti, rifletti sulla posizione delle persone coinvolte, ti fai domande sulla malafede, visualizzi quanto coraggio sia necessario per ribaltare una vita. Piangi sul futuro, la vigliaccheria ti fa strepitare e sai che di fronte ai bambini sei inerme. Fai il conto dei feriti: spari diretti, lacerazione da taglio, ecchimosi leggera, pallottola vagante. Cuore pesante. Pesante. Ma…

In fondo il dolore non è che uno specchio in cui molte volte non hai il coraggio di rifletterti. Senti che sarebbe molto più bella una vita leggera e senza scrolloni sismici ma a volte non ti è concesso viverla, soprattutto perché hai instaurato delle premesse in una direzione già nota. Si, è vero, esistono dolori che vorresti evitare a chi ti sta accanto, ma le coincidenze non sono dalla tua parte. E allora alza la testa.

Fissa i paletti, fissa il passato e cerca di allontanartene. Alza la testa.

Raccogli le forze e buttati dentro la sofferenza, vivila e addomesticala. Alza la testa.

Prendi per mano i bambini, lasciali diventare grandi anche se serve bagnare la strada con qualche lacrima. Alza la testa.

Non cercare colpe, non puntare il dito: solo una situazione è senza via d’uscita, non questa. Alza la testa.

 

Questo è solo un post di un blog, la vita vera è da un’altra parte. Poi un altro giorno vi racconto del corso di vela.

Tradire è un po’ una primavera

venezia-1775

Quando ho aperto l’editor del blog stavo dibattendo tra le sinapsi (e contro le inoppugnabili ragioni del socio) l’argomento matrimonio e corna, anche se come sempre avevo in mente di scrivere di ciccia, amore e lentiggini. Certo il discorso tradimento non vale solo per il matrimonio, si allarga ai rapporti stabili (o meno), alle amicizie, ai parenti e quindi val bene un post in mezzo al mar.

Metti che hai una storia che dura da tempo, tra alti e bassi va avanti e ci conti proprio. Metti che capita un fatto di corna in mezzo, tua o sua non fa niente. Metti che non si possono ricomporre i pezzi e la storia duratura finisce.

Fatte le premesse generiche ora passo al dibattimento, che mi sta a cuore, e lo faccio da punto di vista femminile ma non è punto di vista esclusivo.

Posso comprendere che una relazione matura crei delle dinamiche e delle abitudini che a lungo andare danno assuefazione, ovvero hai tutta una serie di quotidianità che possono darti un sostegno (effimero ma) sostanzioso, un uomo su cui contare e a cui affidarti. Capisco anche che è una difesa automatica (conscia o meno) pensare che tutto vada bene, non sentire gli scricchiolii, non essere femmina, non mettersi in discussione. E’ tutto comprensibile ma per me ingiustificabile.

Non giustifico chi al momento della frattura inizia la caccia selvaggia al colpevole. Non è giusto sorprendersi, è solo un pretesto. Non va bene guardare fuori l’intimità del rapporto, chiamare i testimoni a deporre e cercare un sostegno: è di nuovo alibi. E’ drammatico ancorarsi alle persone e agli affetti che ci sono in comune, ai figli e ai parenti, come fossero boe di salvezza anzichè delicate presenze da salvare.

Non si è lucidi, questa l’unica motivazione che posso comprendere. Ma alla razionalità bisogna tendere, e prima arriva meglio è per tutti: per chi tradisce, per chi è tradito, tanto tutti soffrono.

C’è possibilità di ricominciare sempre, fino che non si muore. Certo sarà necessario qualche cerotto, si camminerà un pò zoppi e nemmeno tanto eretti, ma comunque saranno passi in avanti. Pensare che non ci sono colpevoli, alzare la testa, un piede avanti all’altro e via.

Ogni errore umano merita venia. (Tito Livio)

La nebbia che si posa la mattina (io piango)

shutterstock_77522287Io piango sempre.

A posto, fatto il coming out, che è confessione solo per il lettori digitali visto che chi mi conosce di persona di certo non si è perso questa caratteristica così evidente della mia personalità.

Sta cosa mi disturba, lo confesso. Non parlo delle lacrime che escono copiose insieme al turpiloquio quando sbatto il mignolino del piede nella gamba del letto; io mi riferisco alle manifestazioni emotive più disparate.

Già in tenera età le caratteristiche erano evidenti; lo scontro con mio padre era sempre accompagnato da tono alterato e guance violacee e inondate di pianto. Versione nervoso parentale.

La mia carriera sportiva è costellata di pianti storici, che ci stanno quando perdi, ma ti rendono sostanzialmente una piagnona quando si sviluppano in caso di vittoria: ho tutte foto con gli occhi gonfi e le espressioni da cartone animato. Ma che roba.

Non parliamo poi dei casi di cerimonie varie ed eventuali.

Laurea della Franci? Pianto.

Battesimo del figlio della Fedi? Pianto.

Matrimonio della Lalli? Piantissimo.

Inaugurazione della cartoleria Becilli? Pianto. Taglio del nastro biblioteca comunale? Pianto. Lettura della commemorazione della Soha? Pianto. Prime tre pagine dei disegni della primaria sull’articolo 1 della Costituzione? Pianto.

Luci ho mollato mio marito che mi aveva messo le corna, però adesso sono innamorata. Pianto.

Luci hai voglia di scrivere per me, gratis? Pianto (forse non era commozione…)

Luci ti regalo una vacanza in sardegna. Pianto (bugia, ste cose non mi succedono)

Certo non posso parlarvi del fatto che mi commuova anche guardando film e cartoni animati, perchè tanto lo sapete che con alcuni finali si piange. Che ne so: Incompreso, Autunno a New York, Love Story, Bambi. Dai quei film li fanno apposta. Magari però è meno normale far scendere la lacrima con il bimbo che vede per la prima volta Jack Frost, oppure con Rapunzel che tocca il prato scendendo dalla torre. Magari.

Piango per le pubblicità televisive. Ossignor quella degli sportivi, ma anche quella con Matthew McConaughey…ah dite che non piangevo per l’emotività? Vabbè, comunque la lacrima c’è scappata.

E le recite scolastiche? Santiddio sono diventata lo zimbello della scuola (e prima della materna). I papà fanno le foto a me, poi mi chiedo pure l’autografo. Io mi metto a piangere già nella fase sgomitare-per-sedersi, quella a sipario chiuso dove devi superare un percorso massacrante tipo l’addestramento dei Navy Seals e riuscire a trovare un pertugio da cui si possa vedere lo spettacolo. Mi commuovo a pensare che i nostri bimbi crescono, diventano grandi e indipendenti, imparano le canzoni e i passi di ballo e…buaaahhhh.

Ieri sera guardavo la Carolina Kostner vincere il suo primo bronzo olimpico e le lacrime mi scendenvano abbondanti e incontrollate. Nel senso che proprio non mi sono accorta, beccata subito dalla settenne. “Mamma cosa fai, piangi?”

Oh figlia, piango, si piango. Tanto è da una vita che piango, oramai devo mantenere una certa reputazione, devo allenarmi. Mi vergogno, mi sento sempre la prefica della situazione, proprio io che certe manifestazioni esagerate non le ho mai comprese. Piango e un pò mi vergogno. Piango perchè sudo l’emozione fuori dal cuore, è una questione di igiene dell’anima: ho paura che a lasciarle stagionare certe tossine, possano diventare velenose , che magari fanno un tappo e poi mi viene la secchezza dell’essenza. Che mi sembra una malattia brutta.

Allora tra l’arsura dentro e l’umidità fuori scelgo la seconda: certo a volte fai brutta figura, però almeno non fa male a nessuno.

Quello che “io sono diverso”

Vedi tu se io devo scrivere un solo post a settimana.

Che poi l’ultimo non è che avesse un argomento proprio SEO eh, ma oramai da brava nicchiona io col SEO ci faccio la cheescake.

Se ci penso mi rendo conto di una cosa: quando non scrivo va tutto bene, una specie di niente nuove buone nuove (mah, sarà che questo adagio dica giusto, a me pare che niente notizie potrebbe pure significare che son morta -aridaje-). Comunque, andiamo avanti.

In effetti tutte le volte che mi viene un pensiero che potrei trasformare in post poi subito ho altro da fare, Continua a leggere

Caterina Caselli aveva ragione

Fatti una domanda e datti una risposta: i mantra marzulliani mi sono sempre piaciuti, forse perchè somigliano alla supercazzola o magari perchè i nonsense fanno parte della mia vita.

Allora io le domande me le faccio spesso e qualche volta trovo anche le risposte; generalmente il risultato è che io mi trovo molto intelligente e anche brillante, sexy, divertentissima, qualche volta capita che io mi dia anche ragione (e sapeste come sono felice, eh). Continua a leggere